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Micelli: «Artigianato digitale, uno studio per monitorarne i progressi»

Pubblicato il 6 maggio 2016 in Economie, Innovazione, Pmi e Imprese

Micelli  

«Per avviare una nuova rivoluzione industriale bisogna sporcarsi le mani. L’Italia deve scommettere sul fare e affermarsi come avamposto del nuovo artigianato digitale». Stefano Micelli lancia la sfida da New Craft, la mostra che si tiene in questi giorni a Milano e che dà spazio agli artigiani del futuro. La parola d’ordine è digital manifacturing, cioè artigianato digitale. «Vogliamo capire in che modo le aziende assorbono e implementano le tecnologie d’impresa e come cambia il rapporto tra aziende e mercato grazie a questi nuovi strumenti», spiega l’economista di Ca’ Foscari, di cui è appena uscito il nuovo libro dal titolo Fare è innovare. Il professore annuncia poi la realizzazione di uno studio scientifico che vuole verificare in che modo oggi i settori tradizionali dell’artigianato vengano influenzati dalle nuove tecnologie. «I dati saranno pubblicati tra giugno e luglio e l’obiettivo è supportare la crescita di una nuova industria italiana».

Ma non finisce qui. «Il passo successivo sarà saldare intorno a questi dati un gruppo di aziende, una sorta di club per monitorare l’evoluzione delle tecnologie, l’utilizzo del loro potenziale e le trasformazioni economiche che esse generano. Da tempo questo non si fa più con questionari e rilevazioni annuali, ma attraverso un dialogo serrato con i diretti protagonisti, come quelli in mostra a New Craft». L’impegno di Micelli per dare vita a un nuovo modello di artigianato attento alla digitalizzazione e alle moderne tecnologie è concreto: oltre a New Craft, Botteghe Digitali è l’altro format che vede il docente al fianco di Banca Ifis nel progetto Fare Impresa Futuro.

Micelli, scuola e management per il digital manufacturing

«Partiamo dalla storia dell’artigianato. Dalla fine dell’Ottocento in poi l’artigianalità in Italia non è mai venuta meno. Si sono create nicchie di mercato che costituiscono quello che viene chiamato “lusso internazionale”, che però è una possibilità per pochi che sanno apprezzarlo e possono permetterselo». Quindi, apparentemente, made in Italy solo d’élite. Ma Micelli va oltre. «Dopo la crisi del 2008 il “saper fare” è stato riabilitato assumendo un nuovo valore sociale. Il sociologo americano Richard Sennett afferma che l’uomo artigiano ha doti che possono essere messe a servizio della società e la aiutano a progredire».

Questo valore sociale del nuovo artigianato ben si concilia con la sua evoluzione tecnologica, che lo spinge in una nuova direzione. «Il digital manifacturing rifiuta la produzione in serie di stampo fordista ed è più interessato a elementi diversi, quali varietà e personalizzazione – spiega Micelli –. Seguendo questa direzione riusciremo a mettere in moto processi produttivi che siano l’elogio di diversità e gusto personalizzato. Così è possibile raggiungere fasce di mercato più ampie a prezzi competitivi».

Perché questo discorso sia efficace – precisa Micelli – occorrono però due premesse. «La prima è la scuola, perché l’investimento in capitale umano può far sviluppare nuove competenze e far acquisire conoscenze». Nello specifico, il professore insiste sulla necessità di una commistione tra diverse figure e diversi saperi. «La seconda premessa è l’aspetto organizzativo: serve un management che dia ordine e valore all’impresa. Il progetto Botteghe Digitali ha un aspetto “narrativo” di valorizzazione dei talenti, ma mostra anche quanto sia importante l’organizzazione».

Scommettere sul fare

«Quando parliamo di artigianato digitale non stiamo parlando di un futuro remoto. L’incontro tra tecnologia e sapere è già realtà». Micelli è convinto che il nostro paese abbia un ruolo di primo piano nella trasformazione del nuovo artigianato. «Bisogna dare il segnale che l‘Italia è avamposto in questo senso, perché il resto del mondo guarda a noi per capire come facciamo».

L’invito è rivolto in primo luogo ai giovani, che Micelli conosce perché li incontra nelle aule universitarie. «Non esiste un manuale per avviare una nuova rivoluzione industriale, quindi bisogna sporcarsi le mani e provare». Il messaggio è chiarissimo: bisogna «scommettere sul fare». Con una precisazione: «Senza studio e riflessione critica questo mondo non regala niente. C’è bisogno di partire dal sistema di saperi che l’università ci insegna e metterli a servizio di una pratica, di una sperimentazione attiva». E forse è in questa direzione che va lo studio scientifico annunciato da Micelli: ora si aspettano i risultati per orientare al meglio le decisioni future.

Rebecca Travaglini

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