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Sos metalmeccanica: a Padova -16,8% da inizio crisi

Pubblicato il 28 novembre 2014 in Economie, Padova, Veneto

Metalmeccanici  

Il motore batte in testa. L’industria metalmeccanica padovana perde terreno e nel clima di incertezza, in un’alternanza di andamenti di segno opposto, sposta in avanti la ripresa.

La produzione metalmeccanica, dopo i segnali di ripresa nel primo trimestre (+3,7%) e nel secondo (+2,8%), ha subìto una battuta d’arresto nel terzo trimestre del 2014 cedendo il 3,6% nel confronto con lo stesso periodo del 2013. Nella media dei primi nove mesi la tendenza è lievemente positiva (+1,0%). Ma la distanza dai volumi pre-crisi è ancora profonda: 16,8 punti. Una cattiva notizia per tutta l’economia territoriale, dato che la metalmeccanica pesa il 58% dell’export made in Padova (5 degli 8,7 miliardi), oltre 5.200 imprese con 55 mila addetti.

Nel terzo trimestre il fatturato registra un incremento su base annua del 3,6%, spinto dalla componente estera (+4,2%). Nella media dei primi nove mesi il risultato è un risicato +1,8%. Per gli ordinativi totali, la variazione positiva nel terzo trimestre è interamente dovuta agli ordini dall’estero (+5,1%), mentre quelli interni segnano una nuova contrazione (-1,6%).

A fronte di una domanda interna asfittica, è ancora l’export a dare la spinta, anche se le tensioni geopolitiche (embargo russo) e la frenata del commercio mondiale appannano la performance. Nei primi sei mesi le esportazioni metalmeccaniche sono aumentate del 3,2% su base annua (al netto della caduta dei metalli preziosi), confermandosi la prima voce dell’export provinciale.

In leggero recupero l’occupazione fra luglio e settembre (+1,0%), ma per il lavoro è ancora lontana la schiarita. Fra gennaio e ottobre le ore di Cig per gli addetti della metalmeccanica sono state 3 milioni 690mila, a fronte di 4 milioni 700mila nello stesso periodo del 2013. Ma settembre (quasi 700mila ore) e poi ottobre accelerano il ricorso agli ammortizzatori. La debolezza dell’attività economica, che ha limitato gli investimenti del comparto, proseguirà nello scorcio d’anno e il conto della crisi resta in rosso: dal 2009 la metalmeccanica padovana ha perso 517 imprese e 2.905 posti di lavoro.

È il quadro in grigio dell’industria metalmeccanica presentato oggi a Padova dal presidente della Sezione Metalmeccanici di Confindustria Padova, Mario Ravagnan e dal vice presidente Enrico Berto, in contemporanea con Federmeccanica a Roma e altre 60 sedi territoriali di Confindustria in tutta Italia, “uniti per il rilancio dell’industria”. Una mobilitazione senza precedenti per richiamare il ruolo della metalmeccanica nell’economia del Paese, e un manifesto che prova a indicare la rotta per rilanciare un comparto che, a dispetto della crisi (-32,6% produzione dal 2008), genera ancora l’8% del Pil nazionale (400 miliardi), metà dell’export e 1,8 milioni di addetti.

Mario Ravagnan

Mario Ravagnan

«La metalmeccanica è un cavallo che tira, nonostante l’intensità della crisi, dalle macchine utensili all’elettronica, mezzi di trasporto, impiantistica, automotive, essenza del made in Italy – dichiara il presidente dei Metalmeccanici di Confindustria Padova, Mario Ravagnan -. Dopo i segnali di graduale ripresa a inizio anno, la produzione metalmeccanica nella provincia è tornata a indebolirsi nel terzo trimestre. E l’incertezza sulle prospettive condiziona le aspettative e le decisioni di investimento. La priorità è ridare fiducia alle imprese, segnare una svolta incisiva tutta incentrata sulla crescita e il lavoro. La mobilitazione di oggi esprime un unico messaggio: la crescita non può più attendere, solo un’industria competitiva può portarci fuori dalla crisi e far ripartire il lavoro; non la politica, non il sindacato. Questo ruolo andrebbe riconosciuto restituendo all’impresa centralità nell’iniziativa politica. Serve il massimo di concentrazione sulle scelte per rilanciare gli investimenti, ridurre i costi operativi delle imprese, facilitare l’accesso ai finanziamenti. A partire dalla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro pari al 53,1% (media Ue 44%), senza arretramenti, per proseguire con la riforma del lavoro».
«La legge di Stabilità introduce una discontinuità importante, specie su costo del lavoro e decontribuzione per i nuovi assunti, ma lascia ancora molti dubbi. La terza economia dell’Eurozona non può continuare a tagliare gli investimenti pubblici, mentre Germania e Francia hanno fatto l’opposto anche in piena crisi. Penso al rifinanziamento della nuova Sabatini, poco più che simbolico, alla necessità di rendere strutturale il credito d’imposta per la ricerca, legandolo all’investimento totale e non all’incremento per non punire chi ha investito durante la crisi. Penso alla tassazione Imu dei cosiddetti “macchinari imbullonati”, di fatto una patrimoniale su fattori produttivi che chiediamo a governo e Parlamento di cancellare. Ma penso anche alla “madre di tutte le battaglie”, come l’ha definita proprio Renzi, quella contro la burocrazia che rischia di infrangersi contro apparati e mandarini».
Quanto al Clup (costo lavoro per unità di prodotto) che colpisce duramente la competitività delle imprese, «va resa strutturale la detassazione del salario di produttività – dichiara Ravagnan – da cui possono discendere benefici maggiori e più estesi degli 80 euro in termini di liquidità ai lavoratori e spinta ai consumi, merito e guadagni di produttività»
Sulla riforma del mercato del lavoro, le imprese metalmeccaniche di Padova, con Confindustria Veneto Metalmeccanici, chiedono una svolta orientata all’efficienza: semplificazione e certezza delle regole, flessibilità, merito. «I principi del Jobs act sono un passo in avanti, se parte di un sistema che sposta la tutela dal posto al lavoro. Ma i buoni principi vanno tradotti in buone norme, perciò aspettiamo di vedere i decreti delegati. Non va snaturato l’obiettivo di coniugare maggiore flessibilità all’impresa e maggiore sicurezza ai lavoratori». «L’imprenditore non cerca libertà di licenziare, ma libertà di assumere con meno ostacoli – conclude Ravagnan -. La previsione di indennizzo in caso di licenziamento è positiva, purchè sia economicamente sostenibile per le Pmi e in linea con gli altri paesi Ue».

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