Italia, il Paese che non racconta l’innovazione (e ancor meno la commercializza)

Pubblicato il 10 Aprile 2019 in Padova, Tempi Moderni

 

L’innovazione? È (quasi) nulla senza comunicazione da un lato, e la capacità di commercializzarla dall’altro. Ed è anche per questo che ancora più fondamentale saper comunicare al meglio temi tecnologici. Parola di Massimo Sideri, terzo ospite di Tempi Moderni, il ciclo di incontri realizzato dall’Ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova con il patrocinio del FISPPA – Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata dell’Università degli Studi di Padova. «Lo sa bene il buon Evangelista Torricelli – ricorda – che riuscì a dimostrare l’esistenza del vuoto. Qualche anno dopo Pascal, scienziato più famoso, ripetè lo stesso esperimento ma lo fece a Parigi, davanti a tanti colleghi da lui riuniti. Da allora per tutti o quasi è lui lo scopritore dell’esistenza del vuoto. Cosa ha fatto? Ha saputo comunicare l’innovazione».

Sideri “rincuora” il Paese. «La storia è essenziale per comprendere il futuro – continua Sideri -.  E l’Italia è sempre stato Paese d’innovatori, e lo siamo ancora. Siamo abituati ad essere più veloci. Ma cosa ci manca, perché abbiamo questa sorta di complesso d’inferiorità verso altre nazioni? Troppo spesso non abbiamo la capacità di industrializzare e commercializzare le nostre idee». Esempi? «Le matite sono un’invenzione italiana, gli occhiali anche. Ma se nel campo degli occhiali siamo riconosciuti, la primogenitura delle matite non la conosce nessuno». Innovazione in tutti i campi. «A Padova Giotto, nella Cappella degli Scrovegni, disegna la prima lacrima della storia. Per farlo ha dovuto trovare un composto pittorico trasparente». Venendo ai giorni nostri, stesso discorso per la biotecnologia. Settore avanzatissimo in Italia, che trova però sbocco in grande aziende Usa.

Sempre restando ai giorni nostri, c’è un grande dibattito: l’intelligenza artificiale rischia di eliminare posti di lavoro? Un tema mal posto. «L’Italia è il sesto Paese al mondo per export di robot. Quindi non rubano posti di lavoro, li creano: c’è un’industria sempre più fiorente di persone che lavorano per metterli a punto. E lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. Dovremmo sempre domandarci cosa possiamo fare grazie alla tecnologia, all’intelligenza artificiale, non a scenari di perdite di lavoro».

Ma come definire l’innovazione? «Parto da un’intervista a Nicholas Negroponte – ricorda Sideri –. Il grande informatico statunitense che negli anni Sessanta aveva già detto che avremmo interagito con le dita con un computer. Ovvero quello che si fa ora con lo smartphone. Diceva: l’innovazione è quella cosa che nessun dipendente vuole dall’azienda, nessun figlio dalla famiglia, nessun cittadino dallo Stato. Una provocazione, certo, ma coglieva lato fondamentale: la resistenza al cambiamento. Siamo portati a cedere status quo. Innovazione è quando siamo costretti a cambiare. Nella storia c’è sempre stata forza legata al cambiamento. Ma è vero anche il contrario: innovazione è quello che nessun’azienda la vuole dai dipendenti, nessuna famiglia dal figlio, nessuno Stato dai cittadini».

Riassunto delle puntate precedenti e prossimo appuntamento

Quello con Sideri è stato il terzo appuntamento di «Tempi Moderni». Prima di lui erano intervenuti David Puente, giornalista di Open (il quotidiano online di Enrico Mentana) e debunker di professione. Puente aveva spiegato come combattere le fake news: smascherandone i diversi tipi e trattenendo l’emozione, ovvero la leva che porta alla condivisione di istinto, senza analisi. Il primo incontro del ciclo, invece, era stato con Giuseppe Tipaldo, ricercatore dell’Università di Torino. Lo studioso aveva «rimesso l’uomo al centro», spiegando come il propagarsi di pseudoscienza e notizie false non sia colpa della cassa di risonanza dei social network, ma di chi le pensa e le diffonde. Mercoledì 17 aprile, (auditorium centro Culturale San Gaetano), spazio a Valerio Bassan. Consulente di strategia digitale in ambito media (in passato anche per VICE Italia) per la crescita del pubblico e le strategie di distribuzione, nel corso della sua carriera ha lanciato e gestito piattaforme digitali, costruito strategie di marketing, sviluppato partnership e ideato percorsi di sostenibilità per prodotti editoriali. Mentor al Tow-Knight Center for Entrepreneurial Journalism di New York, è anche capo della comunicazione di DIG, film festival dedicato al giornalismo investigativo. È professore a contratto alla Scuola di giornalismo dell’Università cattolica di Milano.



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