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Caporalato, non solo agricoltura. Gli artigiani: «C’è anche nel tessile»

Pubblicato il 27 agosto 2018 in Pmi e Imprese, Veneto

Smit loom tessile  

Il caporalato? Non va combattuto solo nei campi, ma anche nei laboratori tessili. Ad affermarlo è Giuliano Secco, presidente della federazione moda di Confartigianato Veneto, che in una nota fa appello alla Cisl, promotrice della campagna “Sos caporalato in agricoltura”, per mettere sotto i riflettori anche il fenomeno del lavoro in nero, a cottimo e senza garanzie nel settore tessile. Un fenomeno che riguarda, secondo Secco, sia operai stranieri che italiani. «Non serve andare molto lontano. Basta chiederlo ad uno qualsiasi dei cinquemila imprenditori artigiani terzisti della moda veneta – afferma Secco –. Ognuno ha testimonianza di veri e propri fenomeni di caporalato industriale che coinvolgono sia lavoratori del territorio, sia numerosi immigrati (quasi sempre di etnia cinese) anche qui a nord est. Offrire sempre di più, a un prezzo sempre più basso ed in tempi assurdi. Disponibilità e reperibilità ovunque e a qualsiasi ora del giorno. Sono i principi su cui oggi si basa la produzione tessile, in tutto il mondo. E a farne le spese sono soprattutto le condizioni di vita dei lavoratori, condizioni spesso definite “disumane”, con operai in nero, costretti a lavorare ben oltre 12 ore al giorno, a cottimo, senza alcuna garanzia per la sicurezza e la salute».

Dimezzate le imprese dell’artigianato tessile

«È un fenomeno che denunciamo da tempo ma che, a parte i periodici raid della finanza che chiudono temporaneamente qualche laboratorio, sembra non interessare – prosegue il presidente della federazione moda di Confartigianato –. Eppure negli ultimi 20 anni il fior fiore delle imprese industriali del nostro Paese hanno prima spostato di qua e di là, nell’est Europa e nel mondo (anche il più sconosciuto e lontano), un intero settore come quello della moda sulla pelle di noi artigiani. Solo in Veneto, abbiamo dimezzato in pochi anni le imprese (passate da oltre 15 mila alle poco più di 6 mila) e perduto 50 mila posti di lavoro. Ed ora per chi come me è riuscito a sopravvivere garantendo: qualità, tempestività, prezzi competitivi ed efficienza, si trova a combattere una nuova “guerra” con coloro che vorrebbero vedere realizzate le loro creazioni qui da noi, ma allo stesso costo del Bangladesh. O peggio, ci mettono in concorrenza con i laboratori clandestini o con quelli cinesi che, nei nostri stessi territori, producono nell’ignoro totale di qualsiasi regola e tutela del lavoro».

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