Dipendenze, nelle comunità del Veneto oltre 2mila persone accolte ogni anno: ma la rete non intercetta gli under25
«Negli ultimi vent’anni il fenomeno delle dipendenze è cambiato profondamente, tra nuove sostanze e nuovi comportamenti a rischio legati ai cambiamenti sociali. I servizi oggi esistenti non riescono più a garantire risposte adeguate e tempestive, serve quindi una revisione complessiva della normativa regionale, la DGR 84/2007, per aggiornare le regole, definire nuovi modelli e costruire un sistema davvero in grado di affrontare la complessità attuale delle dipendenze». Questo l’invito lanciato da Michele Resina, Presidente Co.Ve.S.T, coordinamento regionale che rappresenta 21 enti e 40 strutture accreditate in Veneto, in apertura del convegno nazionale “Governare il cambiamento – nuove sfide e modelli di cambiamento” che si è tenuto all’Ospedale dell’Angelo a Mestre.
Un appello raccolto da Paola Roma, assessore alle Politiche Sociali della Regione del Veneto: «Ringrazio gli organizzatori per questo momento di confronto che dimostra come gli attori quotidiani in tema di dipendenze avvertano la necessità di un confronto tra loro e con la Regione al fine di migliorare e implementare le loro capacità e le loro azioni. Le persone prese in cura sono radicalmente cambiate nel tempo sia per la tipologia che per le età dei soggetti coinvolti, in particolare delle vecchie dipendenze con nuove forme. Parimenti sono cambiate e devono costantemente adeguarsi le modalità di intercettamento e trattamento di questi pazienti, comprese le attività di formazione e aggiornamento degli operatori. È per questo che l’Assessorato promuoverà la creazione di un tavolo di lavoro per la revisione della dgr 84/2007 per l’emersione delle nuove forme di dipendenza, oltre a una rilevazione dei dati anche nazionali condivisi con le regioni con l’obiettivo di individuare nuove risposte nelle unità di offerta».
Uno dei temi affrontati durante il convegno – che ha messo a confronto istituzioni, esperti e voci del mondo del privato sociale – ha riguardato la difficoltà di intercettare la fascia dei più giovani, che sempre più spesso presentano anche dipendenze comportamentali, denominate new addiction, che vanno dalla dipendenza da social media alla dipendenza affettiva, solo per citare alcuni esempi.
Strutture di accoglienza in Veneto: i dati
Secondo i dati presentati, nel 2025 la rete delle strutture residenziali e semiresidenziali dedicati alle dipendenze in Veneto ha accolto nel complesso 2324 persone – 1772 uomini 552 donne – di cui solo 231, il 10% del totale, nella fascia 13-25. Rispetto ai due anni precedenti non si segnalano variazioni significative: nel 2024 le persone prese in carico erano state 2427 con 235 under 25, nel 2023 2377 con 249 giovani nella fascia 13-15. Se sul totale delle persone “accolte” la percentuale degli utenti di sesso femminile è inferiore al 25%, nel caso della fascia più giovane arriva al 35%, a conferma dell’incremento di situazioni di dipendenza anche fra le ragazze.
«Le situazioni che coinvolgono i giovani spesso non vengono individuate perché i servizi, Serd e comunità, sono modelli pensati soprattutto per un’utenza adulta e i giovani difficilmente si avvicinano. A livello regionale inoltre c’è una sola comunità, nel trevigiano, che accoglie i minori», ha spiegato Resina, che ha spiegato anche come i dati a disposizione siano parziali e frammentati – i numeri degli utenti accolti nelle comunità non restituiscono il quadro delle diverse dipendenze – evidenziando la necessità di avviare in Veneto un osservatorio che consenta di fotografare una situazione in costante evoluzione, anche per poter leggere un quadro complicato dal fatto che sempre più spesso le persone prese in carico sono “poliassuntori” non definibili in un’unica categoria.
Fra le proposte presentate dal Co.VE.S.T all’assessore regionale alle Politiche Sociali, e già evidenziate anche in un appello presentato in occasione delle ultime elezioni regionali, figura anche la necessità di rilanciare l’integrazione tra pubblico e privato – SERD e comunità – attraverso percorsi strutturati di co-programmazione e co-progettazione. «Le strutture del terzo settore svolgono una vera e propria funzione pubblica. Le comunità terapeutiche, in particolare, sono nate negli anni Settanta e Ottanta per rispondere all’assenza di soluzioni residenziali, offrendo accoglienza a persone con dipendenza da eroina, allora molto diffusa. Nel tempo, queste realtà hanno qualificato progressivamente il proprio intervento, sviluppando un approccio a forte integrazione socio-sanitaria e collaborando stabilmente con il servizio pubblico».
Risorse e capitale umano
Un altro punto riguarda il nodo del sostegno economico: «Nel corso degli ultimi 19 anni, il settore delle Dipendenze del Veneto ha beneficiato di adeguamenti economici significativamente inferiori rispetto ad altri ambiti sociosanitari. Resta urgente un adeguamento al costo della vita e dei beni e servizi, cresciuto in modo rilevante negli ultimi due decenni». A complicare il quadro, «il fatto che le risorse stanziate dalla Regione Veneto per il settore non sempre vengono effettivamente utilizzate a tale scopo: il loro trasferimento nei fondi indistinti delle Aziende Ulss comporta una dispersione delle risorse e crea uno scollamento tra la programmazione regionale e quella locale. È quindi necessario che i trasferimenti regionali alle Aziende Ulss siano vincolati alle attività per cui sono stati stanziati, così da garantire coerenza tra risorse, programmazione e servizi effettivamente erogati».
Fondamentale anche l’investimento nel capitale umano: «Negli ultimi dieci anni, la programmazione formativa delle professioni sanitarie e sociali si è dimostrata inadeguata. Oggi tutti i settori – sanitari, socio-sanitari e sociali – affrontano una carenza strutturale di medici, infermieri, operatori di comunità, educatori e OSS. A questo si aggiunge un crescente irrigidimento del sistema, legato anche all’aumento degli ordini professionali e ai vincoli normativi che ne derivano. Per evitare il rischio concreto di compromettere la tenuta della rete dei servizi, è urgente attivare una fase transitoria, che permetta l’adozione di soluzioni flessibili, anche attraverso strumenti straordinari. Tra questi, come già avvenuto in passato, si potrebbe prevedere l’attivazione di percorsi formativi mirati e a carattere sanatorio, in grado di valorizzare le esperienze e le competenze già presenti sul campo».