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“Come pesci nell’acqua”: mafie ed economia nel saggio di Belloni e Vesco

Pubblicato il 8 giugno 2018 in Cultura, Economie, Padova, Treviso, Veneto, Venezia, Verona

Come pesci nell'acqua  

“Come pesci nell’acqua. Mafie, impresa e politica in Veneto” di Gianni Belloni e Antonio Vesco fin dal titolo mette in chiaro l’approccio nuovo con cui intende guardare a un fenomeno già esplorato con taglio storico-cronachistico in altri libri (“A casa nostra” di Danilo Guerretta e Monica Zornetta è un ottimo esempio). Il taglio nuovo, che rende il saggio da poco uscito per Donzelli (2018, 210 pagine, 28 euro) interessante e forse unico per il Veneto, è quello di mettere a fuoco il contesto. E cioè “l’acqua”, l’economia veneta formata dalle piccole e medie imprese, dagli imprenditori, dai professionisti e anche dai politici, in cui “nuotano” gruppi che operano in modo illegale e criminale. «L’analisi dell’operato dei gruppi mafiosi presenti in Veneto ha rappresentato un vero e proprio fenomeno rivelatore – mettono in chiaro i due autori fin dall’introduzione –, una lente che deforma e ingrandisce i caratteri dell’economia, della politica e della società locale segnalando, in controluce, alcuni importanti cambiamenti avvenuti in questo territorio».

Contro ogni retorica del “contagio”, e di una presunta “invasione” di un tessuto sano da parte di mafie intese spesso superficialmente come blocchi monolitici impermeabili alle dinamiche esterne, i sei capitoli del libro sono altrettanti carotaggi monografici che mettono in evidenza l’aspetto eminentemente relazionale delle diverse pratiche definite come mafiose.

Con un linguaggio accessibile come un’inchiesta giornalistica e rigoroso come un testo accademico, il giornalista Gianni Belloni e l’antropologo Antonio Vesco, che da anni studiano le dinamiche dell’economia illegale, vanno alla ricerca di quell’oggetto sfuggente – così lo definiscono gli autori – che è la mafia in Veneto. Unica regione tra quelle del Nord Italia a non essere ancora stata investita da una grande inchiesta giudiziaria che abbia portato alla luce la presenza di gruppi mafiosi radicati (con l’eccezione dell’autoctona Mala del Brenta). Come è accaduto invece, ad esempio, in Emilia Romagna con l’inchiesta Aemilia sfociata in un maxi processo che si celebra in questi mesi.

Eppure i casi studio e le inchieste da approfondire non mancano. Come il caso Verona, unica città veneta dove secondo la Direzione nazionale antimafia si registra un vero e proprio radicamento dei gruppi di ‘ndrangheta, e unico Comune veneto oggetto di richiesta da parte della Commissione nazionale antimafia di istituire, nel 2015, una Commissione d’accesso, apripista di un possibile scioglimento per infiltrazioni mafiose. O le gesta dei gruppi camorristi – o percepiti e auto-rappresentati come tali, a sottolineare come l’aspetto “performativo” conti –, i loro intrecci con imprenditori e professionisti.

Il caso Pitarresi, esaminato nel quarto capitolo, toglie un alibi alle letture frettolose che vogliono le imprese venete piegate dalla crisi economica come facile preda delle mire dei gruppi criminali pronte a strozzarle e svuotarle. Il gruppo Pitarresi operava nelle province di Padova, Venezia e Treviso nei primi anni 2000, quindi ben prima del tracollo del 2008-2009, nel settore dell’intermediazione di manodopera: riforniva le imprese venete di operai immigrati dell’Est Europa, sfruttando i buchi della normativa e basandosi su società fittizie all’estero. Tutto ciò per abbattere i costi del lavoro nel Veneto della piena (o quasi) occupazione.

L’ultimo capitolo, poi, è dedicato al Mose di Venezia: un gigantesco meccanismo di corruzione che non aveva bisogno di mafie per funzionare. E che proprio per questo diventa interessante e rivelatore, agli occhi degli autori: «Emerge da questa vicenda la capacità – scrivono –, da parte di reti autoctone di criminalità economica, di consolidare affari e assetti di potere senza dover ricorrere agli strumenti propri, in primis la violenza, ma non solo, della criminalità mafiosa».

Un punto di forza del libro è il fatto di basarsi non solo su ricostruzioni giornalistiche e su atti d’indagine, ma su un’ampia mole di interviste in profondità. Sono 49, tutte rigorosamente anonime, elencate in bibliografia: magistrati, investigatori, economisti, imprenditori, giornalisti, consiglieri comunali, sindacalisti, funzionari, urbanisti, storici… L’impressione è che la garanzia dell’anonimato permetta una libertà di parola più ampia, lasciando ai testimoni lo spazio per tracciare un quadro più complesso e preciso degli attori e degli interessi in gioco.

Giulio Todescan

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