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Sacchetti bio per i calzolai: scatta l’obbligo di scontrino

Pubblicato il 15 gennaio 2018 in Fisco e consumi, Pmi e Imprese, Veneto

calzolaio  

La polemica sui sacchetti della spesa a pagamento supera la soglia dei supermercati e arriva a bussare alla porta dei calzolai. Che scoprono, nelle pieghe della norma introdotta dal 1 gennaio 2018, che di fatto saranno costretti a emettere uno scontrino anche per i lavori di riparazione per i quali erano fino ad oggi esentati.

A sollevare la questione è Eugenio Moro, presidente dei calzolai di Confartigianato Veneto. «Dobbiamo far pagare un sacchetto che prima, nella maggioranza dei casi, davamo gratis? Ebbene sì. È un obbligo, ce lo impone la legge – afferma Moro –. Oltre al danno per il consumatore la beffa è per noi calzolai. In base infatti a quanto contenuto nel decreto del Presidente della Repubblica 21 dicembre 1996, n. 696 (Regolamento recante norme per la semplificazione degli obblighi di certificazione dei corrispettivi), molte delle nostre botteghe sono esenti dalla emissione dello scontrino, che ora dovremmo comunque fare per un importo di pochi centesimi. E non è finita – prosegue il rappresentante dei calzolai veneti -. Dalla norma non è, ad oggi, nemmeno chiaro se sia possibile, per il cliente, recarsi dal negoziante con la propria sportina di plastica senza rischiare di far incorrere il negoziante in una sanzione».

La normativa prevede che le borse di plastica devono essere biodegradabili e compostabili, cioè di composizione tale da poter essere conferite nell’umido nella fase di raccolta dei rifiuti. A ciascuna attività commerciale spetta la verifica della conformità delle buste alla normativa. Il controllo può avvenire con qualsiasi modalità, anche attraverso il rilascio da parte dei fornitori di una dichiarazione che ne attesti la rispondenza alle caratteristiche previste dalla legge. La legge precisa, inoltre, che il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto dei prodotti. L’importo può essere deciso dal singolo esercente.

Per i trasgressori sono previste sanzioni. La vendita delle borse di plastica non rispondenti alle caratteristiche previste dalla normativa è infatti punita con una sanzione amministrativa pecuniaria che va da 2.500 a 25mila euro. Sanzione che può essere aumentata fino ad un massimo di 100mila euro. Non è possibile fare ‘promozioni’ per abbattere il costo del sacchetto. Sarebbero infatti considerate pratiche elusive. E scatterebbero multe.

“La soluzione a questo punto è abbandonare la plastica – commenta Moro – e passare alle borsine o sacchetti di carta o in tessuto, realizzati in vero materiale ecologico e che non impongono (per legge almeno) una spesa per i consumatori. Ma per i negozianti e artigiani sì. Già i margini di guadagno sono bassi, se poi ci aggiungiamo l’obolo obbligatorio per legge al sistema bancario per il POS e adesso anche gli shoppers più costosi, allora è meglio chiudere bottega».

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