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Lo sfratto di Expo Venice e un Veneto incapace di far progetti

Pubblicato il 28 febbraio 2016 in Economie, Infrastrutture, Pmi e Imprese, Regione, Veneto, Venezia

Expo Venice  

«Lo sfratto, i nuovi soci, le grandi manovre. Non c’è pace per il padiglione Expo di Marghera, che ha ospitato il collaterale Aquae da maggio a ottobre e che a breve dovrebbe ricominciare con il calendario degli eventi, a partire dal Salone nautico dal 21 al 25 aprile». Attacca così il pezzo di Alberto Zorzi che – sul Corriere del Veneto del 28 febbraio – racconta l’ennesima puntata di una telenovela che in qualche modo rappresenta una crisi che a Nordest significa economia in ginocchio, ma più ancora una totale incapacità a costruire progetti condivisi, capaci di guardare al lungo termine.

Corriere del Veneto, 28 febbraio 2016, p. 11

Corriere del Veneto, 28 febbraio 2016, p. 11

Il ponte tra Expo e il Nordest

Expo Aquae doveva essere il “ponte” tra l’Expo milanese e il Nordest. Che un piccolo salone espositivo a un passo da Venezia potesse attrarre visitatori interessati a quell’enorme parco dei divertimenti che è stato Expo è stato uno strano auto convincimento che ha coinvolto imprenditori, amministratori, categorie economiche. Una sorta di training autogeno che – dietro al mantra del “ponte tra Milano e il Veneto” – ha prodotto tra l’altro idee come quella di creare anche un “hub” padovano all’interno dell’Orto Botanico (in che cosa si sia tradotto questo “hub” non è dato comprendere). Non che mancassero voci critiche fin dall’inizio, beninteso.

L’illusione degli 800mila spettatori

Expo Aquae doveva attrarre 800mila spettatori (paganti), mentre ne ha contati al massimo 90mila (non tutti paganti). Per darci un metro: la contestata Fiera delle Parole di Padova ne ha registrati 70mila in 5 giorni, il Vinitaly di Verona oltre 150mila in 4 giorni, il Museo Archeologico di Venezia 298.380 nel 2015. Oggi, la società Expo Venice deve vedersela con la convalida dello sfratto dal padiglione bianco, richiesto dalla proprietà (Finanziaria Internazionale Investments Sgr) per morosità. Affitti non pagati per una somma considerevole, visto che a quanto pare sono state versate soltanto le prime due mensilità (di 50mila euro ciascuna).

Ma che cosa non ha funzionato? Come evitare che l’ennesimo aumento di capitale (3 milioni di euro portati in dote da un fondo dopo le lunghe trattative condotte dall’ad di Expo Venice Giuseppe Mattiazzo) si risolva in un mero procrastinare?

L’incapacità di fare progetti

Quel che emerge – in maniera piuttosto chiara per chi vuol vedere le cose come stanno – è che l’unico vero progetto dietro a Expo Aquae è stato quello architettonico. Il vulnus originario è stata la mancanza di un progetto di contenuti altrettanto valido. Davvero si pensava che un piccolo Expo “alla veneta” avrebbe portato 800mila visitatori? Che cosa avrebbero dovuto “visitare” questi 800mila? Quale valore aggiunto rispetto all’offerta mondiale rappresentata da Expo? Quale proposta capace di dialogare con l’incanto di Venezia, con l’arte e la cultura di Padova, di Vicenza, di Treviso, con le bellezze naturali del territorio, con la laboriosità del sistema imprenditoriale veneto?

Vogliamo imparare dagli errori?

In che modo il sistema riunito formalmente o informalmente intorno a Expo Aquae ha provato a costruire un’offerta seria, realmente attrattiva? Come l’ha comunicata? A chi, al di fuori di qualche pagina sui quotidiani locali?

E oggi, qualcuno vuol prendere l’iniziativa e chiedersi: che cosa possiamo imparare dal grande buco nell’acqua? Potrebbe cominciare, per esempio, il sistema delle categorie economiche: perché non avviare una sana (auto)critica, perché non dimostrare che lo spirito imprenditoriale del Nordest non è morto con un progetto nuovo, sfidante, fondato sulla roccia di un’analisi scientifica che metta da parte i piccoli interessi di ciascuno e costruisca una leva per rilanciare il grande interesse di quel “territorio” con il quale tutti ci riempiamo la bocca?

Un’ultima riflessione: da troppo tempo ci si riempie la bocca e le pagine dei giornali con la necessità di immaginare una integrazione del sistema fieristico veneto: quante volte abbiamo letto o sentito ragionamenti come «è tempo di superare i localismi, di vincere le logiche di campanile, di ragionare come sistema e non come piccole patrie, di costruire un’offerta capace di competere con i grandi poli europei, con Milano, col Lingotto, con Francoforte, con il Qatar»? E in che modo questa riflessione lunga almeno trent’anni si concilia con la costruzione di un padiglione bianco a due passi da Venezia?

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