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Rischio idraulico: gli ingegneri veneti interpellano la Regione

Pubblicato il 5 novembre 2014 in Professionisti, Veneto

 

All’ordine del giorno della cronaca i disastri causati nel territorio veneto da eventi metereologici eccezionali, le cosiddette “bombe d’acqua” che sono tra le principali cause di esondazione di fiumi e torrenti considerati sino a qualche anno fa non a rischio.

A causa dei cambiamenti climatici, questi eventi che avevano tempi di ritorno dell’ordine di decine di anni, si ripetono ora a distanza di qualche anno o addirittura di qualche mese, flagellando zone e città del nostro territorio che si sono dimostrate fragili e vulnerabili sia dal punto di vista idrogeologico che idraulico.

Gian Pietro Napol

Gian Pietro Napol

“La principale causa – dichiara l’ingegnere Gian Pietro Napol, Presidente della FIOV, Federazione Regionale degli Ordini degli Ingegneri del Veneto – deriva in primo luogo dalla consistente e, per certi versi, esagerata cementificazione degli ultimi cinquant’anni, che ha ridotto i tempi di corrivazione, che equivale al tempo che una goccia impiega per percorrere un bacino dal punto più lontano alla sezione di chiusura, aumentando la quantità d’acqua che confluisce nei corsi d’acqua naturali e artificiali che fanno da collettori verso il mare. Di conseguenza, la mancata manutenzione e pulizia degli alvei, degli argini dei fiumi e canali e, come nel recente caso del Bisagno di Genova, la carenza di sezione e quindi di portata, provoca le esondazioni”.

PRINCIPALI SITUAZIONI DI RISCHIO

Il Nord-Est del Veneto è attraversato da diversi corsi d’acqua che negli ultimi anni si sono dimostrati ad alta criticità: il Livenza, il Piave, il Muson, il Bacchiglione, il Brenta.

“Da decenni si discute e si presentano studi di fattibilità e progetti, ma ad oggi non è stato avviato alcun intervento – prosegue il presidente Napol -. La soluzione individuata consiste nella realizzazione di bacini di laminazione, permettendo ai corsi d’acqua di espandersi in caso di piena. Sono, cioè, delle esondazioni “controllate” perché circoscritte ad una determinata zona. C’è un progetto, mai cantierato, per creare un bacino di laminazione in località “Pra dei Gai” nei comuni di Portobuffolè e Mansuè in provincia di Treviso, per la regimazione delle piene del Livenza. Ci sono proposte per la regimazione delle piene del Piave: diga con bacino di Falzè di Piave, casse di espansione delle “Grave di Papadopoli”, ma soprattutto a causa delle avversioni delle popolazioni e delle amministrazioni locali, siamo ancora agli studi di fattibilità. Per il Muson è prevista la realizzazione di un bacino di laminazione in località Spineda, tra i comuni di Riese Pio X e Fonte, i cui lavori dovrebbero partire nella prossima primavera”.

LE PROPOSTE FOIV

È stato istituito di recente dalla Federazione Regionale degli Ordini deli Ingegneri del Veneto, un Gruppo di Lavoro sul rischio idraulico, costituito da ingegneri esperti che operano sul territorio, per dare un supporto agli Enti e Istituzioni competenti (Regione, Sezioni di Bacino, Consorzi di Bonifica) con il compito – grazie alle loro conoscenze – di raccogliere informazioni e redigere una mappatura delle principali criticità presenti sul territorio regionale e trasmetterle a suddetti enti, implementando le banche dati esistenti.

LE ASPETTATIVE

Piogge in aumento e tempi di corrivazione ridotti. Alla Regione il compito di redigere un Master Plan delle portate e delle criticità dei corsi d’acqua che scorrono sul territorio regionale. Questo necessariamente il primo passo per dare corso alla progettazione e alla realizzazione delle conseguenti necessarie opere idrauliche, al fine di scongiurare possibili esondazioni quali quelle tragiche che hanno mietuto vittime a Refrontolo in provincia di Treviso e quelle che hanno comunque gravemente danneggiato centri abitati e zone rurali in tutta la regione.

“Auspichiamo inoltre – conclude Gian Pietro Napol, Presidente FOIV – che lo Stato, e di conseguenza le Regioni destinino maggiori risorse economiche per la salvaguardia del territorio. Ricordo che le entrate dello Stato per la cosiddetta tassa ambientale, a carico delle attività che inquinano, ammontano a 47 miliardi di euro all’anno e di questa, che dovrebbe essere una tassa di scopo finalizzata alla tutela dell’ambiente, solo 470 milioni sono stati destinati a tal fine nell’ultimo anno. Meno burocrazia, meno pareri da acquisire, meno contenziosi e più efficienza e rapidità nelle decisioni. Ricordandosi sempre che la prevenzione costa molto meno di qualsiasi cura!”

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