Effetto Covid: con la crisi economica dilaga il «lavoro nero»

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L’anno di pandemia e la crisi economica sono i presupposti ideali per il dilagare ulteriore del «lavoro nero», grande pericolo del 2021: in Veneto registrati più di 200 mila lavoratori irregolari equivalenti al 9% della forza lavoro regionale. Nell’ultimo anno, ha sottolineato in una nota l’Ufficio studi della CGIA, la crisi pandemica ha provocato una perdita di circa 450 mila posti di lavoro.

Con le chiusure imposte nelle ultime settimane, a tanti di questi disoccupati  si sono aggiunti molti addetti del settore alberghiero e della ristorazione e altrettante finte parrucchiere ed estetiste che quotidianamente si recano nelle case degli italiani ad esercitare irregolarmente i servizi e le prestazioni più disparate. Un numero di invisibili difficilmente quantificabile, anche se secondo gli ultimi dati stimati qualche anno fa dall’Istat, quindi ben prima dell’avvento del Covid,  i lavoratori in nero presenti in Italia erano molti: circa 3,2 milioni.

Aumenta il «lavoro nero»: cause e modalità

Nei prossimi mesi, secondo la Cgia, la situazione è destinata a peggiorare. Con lo sblocco dei licenziamenti previsti dapprima a fine giugno, per coloro che lavorano nelle Pmi e nelle grandi imprese, e successivamente in autunno, per quelli che sono occupati nelle micro e piccolissime aziende, c’è il rischio che il numero dei senza lavoro aumenti in misura importante.  Molti, non riuscendo a trovare una nuova occupazione saranno costretti a optare per un lavoro irregolare o si improvviseranno come abusivi per integrare.

Non meno impattante è l’effetto chiusura imposto dal governo nelle ultime settimane a bar, ristoranti, negozi, massaggiatori, parrucchieri e centri estetici. Soprattutto nei territori più provati dalla crisi, non sono pochi, ad esempio, i camerieri che in attesa di tornare ad esercitare la propria professione si stanno improvvisando edili, dipintori, idraulici, giardinieri o addetti alle pulizie.

Altrettanto diffusa sul territorio è l’attività svolta da finti parrucchieri, estetisti e massaggiatori abusivi che a seguito delle chiusure di queste attività, causa Covid, stanno  imperversando, soprattutto in questa settimana di Pasqua, recandosi  nelle abitazioni dei/delle clienti per il taglio, la messa in piega, il massaggio ayurvedico, la depilazione o la pulizia del viso. Le attività di  acconciatura e di estetica, ha evidenziato la CGIA, dal maggio dell’anno scorso hanno applicato con la massima diligenza le linee guida dettate dalle autorità sanitarie e dal Governo precedente, intensificando le già rigide misure previste dal settore sul piano igienico-sanitario e si sono riorganizzate per garantire la massima tutela della salute degli imprenditori, dei loro collaboratori e dei clienti. Lavorando su prenotazione e avendo investito notevolmente in prevenzione, non risulta che in nessuna parte del Paese si siano verificati dei focolai di contagio presso queste attività tale da giustificare la decisione di chiudere tutto.

I dati

Gli ultimi dati disponibili ci dicono che in Italia ci sono oltre 3,2 milioni di occupati in nero, il tasso di irregolarità1  è del 12,9 per cento e tutte queste persone producono un valore aggiunto in nero di 77,8 miliardi di euro. Il dilagare del lavoro irregolare non comporta un danno solo  alle casse dell’erario e dell’Inps, ma anche alle tantissime attività produttive e dei servizi, le imprese artigianali  e quelle commerciali che, spesso, subiscono la concorrenza sleale di questi soggetti. I lavoratori in nero, infatti, non essendo sottoposti al prelievo previdenziale, a quello assicurativo e a quello fiscale consentono alle imprese dove prestano servizio di beneficiare di un costo del lavoro molto inferiore senza adeguate tutele.

A livello territoriale sono le regioni del Mezzogiorno ad essere maggiormente interessate dall’abusivismo e dal lavoro nero. Secondo l’ultima stima redatta dell’Istat e relativa al 2018,  in Calabria il tasso di irregolarità è pari al 22,1 per cento (136.200 irregolari), in Campania al 19,4 per cento (362.500 lavoratori in nero), in Sicilia al 18,7 per cento (283.700), in Puglia al 16,1 per cento (222.700) e in Sardegna del 15,7 per cento (95.500). La media nazionale è pari al 12,9 per cento. Le situazioni più virtuose, come sottolineavamo più sopra, si registrano nel Nordest. Se in Emilia Romagna  il tasso di irregolarità è al 9,8 per cento (211.700 irregolari),  in Valle d’Aosta è al 9,6 per cento (5.900), in Veneto al 9 per cento (207.300) e nella Provincia autonoma di Bolzano si attesta all’8,9 per cento (27.000). Come affermavamo più sopra, l’attività in nero di queste 3,2 milioni di persone genera un valore aggiunto pari a 77,8 miliardi di euro all’anno, di cui 26,7 miliardi sono prodotti nel Sud, 19,8 nel Nordovest, 17 nel Centro e 14,3 nel Nordest. A livello regionale in termini assoluti il Pil in “nero” più importante lo riscontriamo in Lombardia (12,6 miliardi), seguono il Lazio (9,4 miliardi), la Campania (8,3 miliardi) e la Sicilia (6,2 miliardi).

Andrea Fasulo

 

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