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Quote latte, condanna Ue. Produttori veneti devono allo Stato 420 milioni

Pubblicato il 25 gennaio 2018 in Economie, Veneto, Vicenza

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La Corte di giustizia dell’Unione europea ha condannato l’Italia per non aver ancora recuperato 1,3 miliardi di multe dovute allo sforamento delle quote latte. La sentenza arrivata mercoledì 24 gennaio 2018 dà ragione all’avvocato generale dell’Unione Europea Eleanor Sharpston. La condanna riguarda la mancata riscossione dall’Italia nel periodo che va dal 1995 al 2009. Di queste somme, circa 420 milioni di euro riguardano allevatori che hanno sede in Veneto.

Leggi la sentenza sulle quote latte

Il procedimento di infrazione è stato aperto nel 2013 dalla Commissione europea, che nel 2015 ha elaborato una stima secondo cui mancano ancora 1,3 miliardi di euro da recuperare. Lo Stato italiano, dice la corte che ha sede in Lussemburgo, avrebbe dovuto recuperare le multe con maggiore celerità di quanto fatto per gli sforamenti nelle quote di latte prodotte dagli allevatori italiani dal 1995 al 2009.

La battaglia di Vancimuglio

Gli allevatori protestavano in modo plateale in tutto il Nord Italia. L’episodio cardine impresso nella memoria collettiva è quello della clamorosa protesta dei Cobas del latte che il 24 novembre 1997 occuparono l’autostrada A4 all’altezza di Vancimuglio, in provincia di Vicenza, e spararono letame sull’asfalto in direzione della polizia.

In seguito alle proteste lo Stato italiano si è sostituito agli allevatori girando direttamente all’Unione europea le somme delle multe, che così furono pagate dalla collettività: 4,5 miliardi di euro, pari a 75 euro per ogni cittadino, bambini compresi. L’Unione europea sostiene che l’Italia debba chiedere la restituzione di quei soldi da parte degli allevatori. Oggi una piccola parte è stata riscossa dallo Stato presso i produttori, una parte è stata rateizzata e una parte è di fatto non più recuperabile perché le aziende nel frattempo sono fallite, chiuse o hanno ottenuto sentenze favorevoli.

La sentenza della Corte Ue

La sentenza dice che «la Repubblica italiana, avendo omesso di garantire che il prelievo supplementare dovuto per la produzione realizzata in Italia in eccesso rispetto al livello della quota nazionale, a partire dalla prima campagna di effettiva imposizione del prelievo supplementare in Italia (1995/1996) e sino all’ultima campagna nella quale in Italia è stata accertata una produzione in eccesso (2008/2009), fosse effettivamente addebitato ai singoli produttori che avevano contribuito a ciascun superamento di produzione, nonché fosse tempestivamente pagato, previa notifica dell’importo dovuto, dall’acquirente o dal produttore, in caso di vendite dirette, ovvero qualora non pagato nei termini previsti, fosse iscritto a ruolo ed eventualmente riscosso coattivamente presso gli stessi acquirenti o produttori, è venuta meno agli obblighi ad essa incombenti in forza degli articoli 1 e 2 del regolamento (CEE) n. 3950/92 del Consiglio, del 28 dicembre 1992, che istituisce un prelievo supplementare nel settore del latte e dei prodotti lattiero-caseari» e a una serie di provvedimenti conseguenti.

Scontro Pd-Zaia

A difesa degli allevatori, in tutti questi anni, si è sempre erta la Lega Nord. Che ora è accusata dal Pd, con il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina in prima fila: «La condanna è una pesante eredità che arriva dal passato e che ha forti responsabilità nelle scelte fatte in particolare dalla Lega e dalla destra a quel tempo al governo» dice il ministro.

La deputata veronese Alessia Rotta rincara la dose e chiama in causa Luca Zaia, presidente della Regione Veneto e autore nel 2009, da ministro dell’Agricoltura in carica, della legge che ha concesso agli allevatori la rateizzazione del pagamento delle multe allo Stato. «Caro Zaia — dice Rotta — le multe miliardarie per le quote latte hanno un solo responsabile, la Lega. Avete ingannato centinaia di allevatori onesti e fatto pagare un conto da 4,5 miliardi di euro ai cittadini italiani».

Ma Zaia replica: «Credo di essere stato l’unico ministro a introdurre per la prima volta nella storia una rateizzazione onerosa, pagando degli interessi».

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