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Cooperative di assistenti sociali: taglio mascherato, denuncia l’Ordine

Pubblicato il 3 marzo 2017 in Economie, Veneto, Verona

convegno assistenti sociali verona  

Un quadro regionale a macchia di leopardo, sia nei numeri che nelle modalità di gestione, con alcuni buoni segnali positivi ma ancora tante ombre. A partire dall’utilizzo di cooperative nel servizio sociale solo per esternalizzare i costi. È questa la fotografia che emerge dal convegno “Servizio Sociale… Dove stai andando? Nuove prospettive nel welfare mix”, che si è tenuto venerdì 3 marzo 2017 a Verona.

Le cifre, anche nel solo caso veronese, sono diverse: se tutti i 63 assistenti sociali della pianta organica del comune di Verona sono dipendenti (due a tempo determinato), nella neonata Azienda sanitaria 9 Scaligera a fronte di 116 assistenti sociali dipendenti, 51 sono dipendenti di cooperative che operano grazie ad appalti.

«La presenza di assistenti sociali in cooperativa può essere un segno di applicazione del principio di sussidiarietà – ha sottolineato in apertura Monica Quanilli, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali del Veneto –, ma in generale nella nostra regione il bilancio è negativo perché troppo spesso si tratta di una mera fornitura di personale, escludendole dalla possibilità di una reale collaborazione o coprogettazione dei servizi. Occorre cambiare prospettiva». Un punto di vista cui ha fatto eco, nel suo saluto, il vicepresidente della Provincia di Verona Pino Caldana: «Gli enti hanno spesso poche alternative, per ragioni di bilancio e anche per il blocco delle assunzioni. Oggi abbiamo ottenuto la deroga per l’assunzione di vigili, ma continuiamo a non potere assumere professionisti del servizio sociale».

Il presidente del Corso di laurea in Servizio sociale dell’Università di Verona Sandro Stanzani ha ripercorso l’evoluzione del ruolo del Terzo settore negli ultimi quarant’anni: «Oggi il Terzo settore deve ritrovare identità soprattutto come produttore di legame sociale». Un orizzonte che Gianmario Gazzi, presidente nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali, ha detto di condividere: «La nostra professione ha un ruolo fondamentale in una società in mutamento epocale. E anche le strutture del Terzo settore, cooperative e associazioni, possono essere protagoniste, intercettando i nuovi bisogni. Oggi circa il 14% dei 42mila assistenti sociali italiani lavora tramite cooperative, una percentuale che sale al 20% se si aggiungono associazioni, imprese sociali e fondazioni: l’autorganizzazione, il fare impresa sociale può portare creatività e dare vita a un ottimo servizio alle persone. Tuttavia questo non ha niente a che fare con alcuni fenomeni di esternalizzazione, anche perché la presenza di un forte servizio sociale pubblico resta fondamentale».

Gli assistenti sociali Sara Moscogiuri e Filippo Meneghetti hanno presentato il lavoro del gruppo di lavoro creato dall’Ordine regionale veneto su questo tema, in partnership con l’Università di Verona, sottolineando la necessità di proseguire il lavoro.

Si è orientato sulla necessità di individuare soluzioni concrete l’intervento di Raffaele Grottola, direttore dei Servizi socio sanitari della Azienda Ulss 9 Scaligera: «Quando le politiche sociali adottano la logica dell’appalto al massimo ribasso rischiamo di perdere in partenza. Invece noi stiamo costruendo capitale sociale. Alcuni strumenti per dare valore ci sono: ad esempio, l’accordo contrattuale, lanciato nel 2012, che supera la logica dell’appalto e permette di valorizzare i soggetti del privato sociale sul territorio. Nel nostro caso, parliamo di 6000 posti letto disponibili, oltre ai centri diurni e ad altre realtà. E anche il Piano di zona può essere un’occasione per fare vera co-progettazione sociale. Certo, questi strumenti possono essere usati meglio, e di più, così come forse andrebbe ristudiato il codice degli appalti: c’è il rischio che la lotta alla corruzione si traduca in maggiore burocrazia, senza ridurre davvero la corruzione».

L’assessore ai Servizi Sociali e Famiglie del Comune di Verona, Anna Leso, ha sottolineato la necessità di una sempre migliore gestione dell’alleanza tra operatori, amministrazione e privato sociale, introducendo il quadro che la coordinatrice dei Servizi sociali adulti anziani della città Daniela Liberato ha fatto, ripercorrendo la storia veronese a partire dal 1961, anno della prima assunzione di una assistente sociale da parte di Palazzo Barbieri.

Gli aspetti problematici sono tornati in evidenza nell’analisi di Sonia Todesco, segretaria generale del sindacato Funzione pubblica della Cgil di Verona: «In Veneto siamo messi male, perché la pubblica amministrazione non ha accompagnato la crescita del contributo della cooperazione sociale del terzo settore con adeguata capacità di gestione, a partire dagli appalti. I controlli sono scarsi e anche le analisi dei fabbisogni spesso sono insufficienti. Eppure moltissimi lavoratori della pubblica amministrazione sono dipendenti di cooperative. Occorre partire da qui, con percorsi, che saranno lunghi, ma che devono restituire valore al lavoro e dignità all’operatore sociale».

Si è subito detta disponibile a partecipare a un tavolo sul tema cooperazione e servizio sociale, Erica Dal Degan, vicepresidente di Confcooperative Verona, che è intervenuta in rappresentanza anche di Legacoop: «Nel sistema degli appalti ci sono pregi e difetti – ha detto – e riconosco che ci sono problemi di controllo. Noi stessi abbiamo contestato gare al massimo ribasso di piccoli comuni che non rispettavano neppure le tabelle ministeriali, per non parlare del contratto nazionale». Ma nelle 830 cooperative sociali venete c’è anche molto di buono, nella prospettiva del servizio sociale: «Mi piace pensare che gli assistenti sociali delle nostre cooperative siano un ottimo termometro delle esigenze sociali e in alcuni casi i nostri operatori sono stati coinvolti fin dalla progettazione».

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