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Quando lo Stato non fa lavorare le startup: l’appello di Veasyt

Pubblicato il 8 giugno 2016 in Innovazione, Venezia

Veasyt startup  

«Quante delle 5.800 startup innovative registrate in Italia riescono a fare affari con la pubblica amministrazione? E perché è così difficile farlo?» A porre la domanda è Enrico Capiozzo, startupper veneziano che nel 2015 ha lanciato con la sua azienda Veasyt il servizio Veasyt Live!, spinoff dell’Università Ca’ Foscari che offre un un servizio di video interpretariato online che permette di connettersi con interpreti professionali – che lavorano da casa o dall’ufficio – prenotando una chiamata da computer, tablet e smartphone, in 25 lingue vocali più Lis, lingua dei segni italiana.

Nell’agosto 2015 Capiozzo aveva già sollevato il problema, e ora lo ha rilanciato estendendolo alla comunità degli startupper, con un post sul gruppo Facebook “Italian Startup Scene” che conta oltre 20mila iscritti. «La pubblica amministrazione non compra servizi dalle startup» scrive fra le altre cose Enrico Capiozzo, che poi rivolge un appello ai colleghi chiedendo loro di segnalare esperienze, positive e negative: «Vorrei provare a raccogliere testimonianze concrete di startup iscritte all’apposito registro che lavorano e fatturano in modo ripetitivo (con numerose commesse e un certo fatturato. No vendite sporadiche o per pochi spicci) con la PA italiana (per far vedere che la cosa è possibile), oppure le testimonianze di imprenditori in startup con prodotti/servizi pensati anche/solo per le esigenze della PA, ma che non riescono a cavare un ragno dal buco. Senza dati di fatturato specifici o nominativi delle PA, se non lo ritenete opportuno. Ma solo esperienze dirette, tra startup innovative e PA italiana».

Enrico CapiozzoOggi, spiega Capiozzo a Veneto Economia, i clienti che Veasyt ha fra gli enti pubblici si contano sulle dita di una mano: 5, di cui 3 contratti sono stati chiusi da poche settimane. Ma sono decine e decine i colloqui andati a vuoto con strutture sanitarie, comuni o servizi turistici che hanno a che fare con cittadini stranieri, persone che parlano lingue diverse dall’italiano o sordomuti. «Ci scontriamo con il fatto che c’è forte difficoltà a comprendere che si possono fare le cose in modo diverso dal solito – dice l’imprenditore –. Quando scatta l’interesse, poi, al momento di fare la vendita, nascono difficoltà burocratiche e amministrative che sulla carta sono superabili, ma nella pratica fanno finire la collaborazione prima ancora di nascere».

Bandi pubblici e startup: segnalateci le vostre storie

C’è poi la questione dei bandi che pongono alte barriere all’ingresso: «Vediamo in continuazione bandi di interpretariato in ambito socio sanitario, ministeriale o scolastico – dice Capiozzo –, a cui non possiamo partecipare perché riservati ad aziende che l’anno precedente hanno erogato un servizio analogo alla pubblica amministrazione per 50-100mila euro di fatturato. È giusto che i soldi pubblici siano gestiti in modo avveduto e che ci si rivolga ad aziende consolidate, ma una quota dovrebbe essere dedicata all’innovazione. In Europa è diverso».

Concetti risaputi fra gli imprenditori, afferma il fondatore di Veasyt. Ma che faticano ad andare oltre la lamentela a mezza bocca o le braccia allargate di un funzionario. Per questo nasce l’appello, che rilanciamo volentieri, a raccogliere storie di difficoltà, ma anche buone pratiche quando ve ne sono, attorno al rapporto fra innovazione e pubblica amministrazione.

Fra i primi commenti al post di Enrico Capiozzo ce n’è uno solo, per ora, in controtendenza, quello di Lorenzo Di Ciaccio, fondatore di Pedius, la app che consente ai sordi di utilizzare il telefono: «Se si incontrano le persone giuste si può fare, non è questione di burocrazia, ma delle persone che vogliono portare avanti qualcosa. Lascio 2 numeri: Comune di Andria e Prato dal meeting alla firma in meno 3 mesi». Il dibattito è aperto, segnalate le vostre storie a redazione @ venetoeconomia.it.

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