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Massimo Carraro, addio a Confindustria Pd. E Finco lo bacchetta

Pubblicato il 14 aprile 2016 in Padova, Pmi e Imprese

Massimo Finco  

Massimo Carraro? Meno tv e più parole. A dirlo è Massimo Finco, presidente dei confindustriali padovani, in una lettera aperta. Ma ripercorriamo la vicenda: Carraro nel 2012 era uscito dalla giunta e dal consiglio direttivo di Confindustria Padova. Ora ha chiuso definitivamente con l’associazione degli industriali padovani: la sua Morellato Group, infatti, ha disdetto l’adesione. Una notizia che non è passata inosservata e che fa discutere il mondo imprenditoriale del Veneto. Già nel 2012, con l’allora presidente Massimo Pavin, il passo indietro di Carraro era sembrato un chiaro segnale di disaccordo con le politiche (e col peso) confindustriale. Ora la conferma, coll’attuale presidente, che i rapporti non si sono ricuciti. Ed è proprio Finco ad intervenire con una lettera aperta a Carraro, prendendo spunto da alcune dichiarazioni dello stesso a Report, quando aveva bollato Confindustria come «poco innovativa» e incapace di fare lobby a Bruxelles, dove si prendono le decisioni.

Finco, la lettera a Massimo Carraro

Ecco il testo della lettera di Finco a Massimo Carraro.

«Caro Massimo,
ho riflettuto con molta attenzione e qualche amarezza sulle dichiarazioni che hai reso a Report, riprese su queste colonne. Attenzione al merito dei temi che hai posto, amarezza per le modalità che hai scelto. L’innovazione che chiedi a Confindustria è la stessa che pretende ogni imprenditore vero, esposto al rigore dei mercati, non al riparo di rendite. È la discontinuità che ha squassato le nostre aziende, cambiato il paradigma della competizione internazionale e che impone alla stessa Confindustria (non solo alla politica, al sindacato) una risoluta capacità di rinnovamento. Chi mi conosce sa quanto per dna e comportamento mi senta industriale più che confindustriale, non lesini critiche alla nostra organizzazione per costi e burocrazie, sia allergico a certe liturgie e al capitalismo relazionale. Eppure convinto che, nell’epoca della disintermediazione, Confindustria sia un punto indiscusso di riferimento per migliaia di piccoli e medi imprenditori, ma debba essa stessa rinnovarsi, rivitalizzare la rappresentanza dove si decide il destino delle aziende, cioè a Bruxelles, e il ruolo di impulso a una politica industriale evanescente, determinare una radicale innovazione nelle relazioni industriali e nella contrattazione, come tenta con coraggio Federmeccanica, indispensabile per rilanciare la produttività e competitività delle imprese, creando ricchezza che potranno poi distribuire. È la ragione e l’impegno per cui ho accettato di guidare pro tempore la nostra associazione. Ed è l’idea forte che ritrovo continuamente nel confronto con le decine di colleghi imprenditori che, a vario titolo, sono impegnati nell’associazione con spirito di servizio e gratuitamente. Nel quale ritroveresti, se vi partecipassi dando il tuo contributo, molti dei tuoi, anzi dei nostri argomenti.

Ogni giorno ci sono imprese che vanno in sofferenza. E ce ne sono altre che crescono, imprenditori che con coraggio vanno avanti, innovano, investono. Nostra priorità, come organizzazione, è garantire loro le condizioni per crescere, contribuire a costruire un contesto normativo e istituzionale finalmente favorevole all’impresa, con politiche industriali, fiscali, finanziarie e di formazione all’altezza delle sfide globali. Compito di Confindustria è anche contrastare la cultura anti impresa, che è “dura a morire”, e costruire nell’opinione pubblica una nuova visione dei nostri mondi produttivi: la consapevolezza che l’industria è un corpo essenziale della società, il pilastro portante dell’economia. Stanno qui le ragioni degli imprenditori per stare insieme, raccogliersi attorno a un progetto di società che mette al centro i valori dell’impresa. È l’essenza profonda di essere Confindustria. Ma perché il rinnovamento non sia solo materia da convegno o esternazione in tv, bisogna lavorare dentro e per l’associazione, stare in trincea non sull’Aventino. Bisogna avere la pazienza di innovare, di costruire dal basso il consenso. Sapendo quanto sia lento e faticoso, osteggiato da veti e resistenze, anche al nostro interno, il processo di rinnovamento. Costa fatica e tempo, ma è quello che continueremo a fare. Forti del sostegno di migliaia di piccoli e medi imprenditori che hanno in Confindustria il loro unico e vero riferimento. L’adesione a Confindustria è una libera scelta volontaria. La porta dell’associazione è sempre aperta per chi ha idee e intuizioni e vuole condividerle con la comunità degli imprenditori. Per affrontare le difficoltà, accendere la luce, costruire le soluzioni e farlo insieme. È l’unica strada che io conosca per lasciarci alle spalle questi anni difficili e tornare a crescere.

PS: i nostri bilanci sono trasparenti, certificati, distribuiti in assemblea e disponibili a tutti gli associati. Io dico pubblichiamoli, anche se non c’è obbligo di Legge. Se però qualche nostro collega prima di andare in tv venisse nelle nostre riunioni a dire cosa non va in Confindustria sarebbe meglio».

 

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