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Il Veneto perde altre 3mila imprese nel 2014

Pubblicato il 3 febbraio 2015 in Pmi e Imprese, Veneto

Titoli  

Tremila imprese in meno e quasi 11mila posti di lavoro “bruciati”. Il 2014 del sistema imprenditoriale veneto si chiude col segno meno, anche se la voglia di fare impresa non cala e il numero delle iscrizioni supera di 400 unità quello delle cessazioni. Il Veneto si lascia alle spalle un altro anno difficile: l’anagrafe delle imprese attive presenti nei registri camerali a fine anno si è attestata a 439.307 unità, -0,7% rispetto al 2013, vale a dire quasi 3mila imprese in meno per complessive 11mila unità di lavoro perse. Dall’inizio della crisi (2008) ad oggi il tessuto produttivo ha lasciato sul campo quasi 23.300 imprese e 153mila unità lavoro cancellando quasi tutta l’occupazione creata nei primi otto anni del decennio.

Treviso la peggiore: -948 imprese

Tra le province, come rivelano i dati Movimprese elaborati dal Centro Studi di Unioncamere del Veneto, Treviso appare l’epicentro della depressione demografica delle imprese nel 2014 (-948), seguita da Verona (-572) e Padova (-432), con flessioni significative anche a Venezia (-392) e Vicenza (-340).

Imprese per settore, provincia e forma giuridica

Imprese per settore, provincia e forma giuridica

A farne le spese sono state soprattutto le ditte individuali (-2.233) e le società di persone (-1.420) mentre le società di capitale hanno registrato un aumento di quasi 1.200 unità. Tra i settori che hanno subito le perdite maggiori spicca quello industriale: 2.220 imprese in meno rispetto al 2013 (un terzo manifatturiere e due terzi delle costruzioni) per un ammontare di oltre 13mila unità lavoro distrutte (10mila nel manifatturiero e 3mila nell’edilizia). Quasi la totalità dei settori ha registrato variazioni negative, con flessioni significative per legno-arredo (-239), metallurgico (-195), elettromeccanico (-152) e settore moda (-126). Ad allargare la propria base imprenditoriale sono state invece le attività di noleggio, alloggio e ristorazione (+600 sul 2013), i servizi di alloggio e ristorazione (+440) e i servizi sanitari ed assistenza alla persona (+250).

Sostanziale tenuta del sistema imprenditoriale veneto

I dati mostrano comunque una tenuta, per quanto faticosa, del sistema imprenditoriale regionale. Pur in presenza di una prolungata contrazione del flusso delle nuove iscrizioni, nel 2014 queste ultime sono tornate a superare le cessazioni (al netto delle cessazioni d’ufficio), sebbene di solo 400 unità. Tra gennaio e dicembre 27.854 imprese hanno aperto i battenti (437 in meno rispetto al 2013), ma a questo flusso negativo ha corrisposto una diminuzione del numero di quelle che hanno cessato l’attività, pari a 27.447 (4.800 in meno rispetto al 2013). Il bilancio di queste dinamiche si è tradotto in un saldo anagrafico di fine anno di nuovo positivo, rispetto al crollo degli ultimi due anni.

Zilio: ma ci sono segni di vitalità

«Il tessuto produttivo veneto – dichiara il presidente di Unioncamere Veneto, Fernando Zilio – nonostante sei anni di pesantissima crisi, segnata anche dalle tragiche scelte di tanti, troppi piccoli imprenditori, sembra pronto a cogliere la sfida che deriva dall’auspicata ripresa e lo fa dimostrando una vitalità imprenditoriale che fa ben sperare. Una vitalità, peraltro, che sconfessa, dati alla mano, le battute infelici, sicuramente offensive che Oliviero Toscani, sempre alla ricerca di visibilità, si è permesso di rivolgere ai veneti, gente che credo abbia altre qualità rispetto a quelle attribuiteci dal fotografo lombardo che, se non sbaglio, proprio grazie ad un’impresa veneta che gli ha dato fiducia ha conquistato notorietà e, penso, anche reddito. Tornando ai dati – continua Zilio – dobbiamo guardare al bicchiere mezzo pieno, cogliere i segnali, anche se minimi, comunque positivi e sperare che dalla politica arrivino provvedimenti in grado di consolidare quello che sembra un timido segnale di ripresa. In altre parole: la politica deve non dico favorire ma se non altro “accompagnare” le imprese evitando di reiterare nel tempo vecchi riti ormai obsoleti che, se mantenuti, rischiano di lasciarci ai margini della ripresa economica europea».

 

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