Nuovo Codice della crisi, 726 aziende venete a rischio insolvenza

Pubblicato il 6 Febbraio 2020 in Belluno, Padova, Pmi e Imprese, Professionisti, Rovigo, Treviso, Veneto, Venezia, Verona, Vicenza

 

Sono 726 le aziende venete a rischio insolvenza, secondo il modello introdotto dal nuovo Codice della crisi, che entrerà a regime il 15 agosto 2020 sostituendo la legge fallimentare. A dirlo è un’indagine condotta dalla società di consulenza Adacta Advisory, che ha analizzato i bilanci di oltre 7 mila aziende con un fatturato compreso tra 4 e 40 milioni di euro, alla luce dei cinque indicatori di allerta previsti dalla nuova normativa.

Su 7.336 bilanci relativi al 2018, 87 imprese hanno un patrimonio netto negativo e due superano tutte e cinque le soglie di allerta individuate dal Codice della crisi e dell’insolvenza, risultando già formalmente in stato di crisi. Mentre altre 637, pari all’8,7% del totale, superano da 2 a 4 indicatori, per un totale di 726 aziende a rischio. Il 25,5% delle aziende (1.873) presenta un solo indicatore in allerta, mentre il 65% (4.727) non supera alcun indicatore.

Dal punto di vista geografico, la provincia con il maggior numero di aziende che presentano da 2 a 4 indicatori di allerta è Venezia, con il 15,4%, seguita da Rovigo (10,8%), Belluno, Verona (8,9%) e Padova (8,8%), Treviso (7,8%) e Vicenza (5,9%).

«Il quadro appare complessivamente positivo – dice Daniele Trevisan, partner di Adacta Advisory – anche se i singoli indicatori, ancora in bozza, rappresentano un criterio da utilizzare in via residuale per l’identificazione della crisi. Gli indicatori che più spesso superano le soglie di criticità nelle imprese venete sono l’indice di indebitamento previdenziale e tributario e l’indice di liquidità, rispettivamente per il 16,5% e l’11,9% del campione. Entrambi gli indicatori segnalano una criticità nella struttura finanziaria delle imprese: il primo indica il ricorso a forme improprie di finanziamento, con il ritardo nei pagamenti di tasse e contributi, mentre il secondo indica un disallineamento tra gli investimenti, spesso in capitale fisso a medio-lungo termine, e la durata delle fonti di finanziamento, che di solito hanno scadenze brevi, anche per motivi di costi».





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