Perché l’innovazione sociale (non) rigenera le città?

Chiara Rizzi  

Pubblichiamo la sintesi del workshop “Urbe viva. Esperienze in campo urbano”, uno dei 5 gruppi di discussione che si sono riuniti durante l’incontro “L’impresa dell’innovazione sociale” l’11 giugno a Padova.

Nonostante il benessere delle comunità e la coesione sociale attraverso iniziative di rigenerazione urbana sia diventata una questione cruciale per molte città italiane ed europee, la relazione tra welfare, innovazione e rigenerazione risulta essere ancora molto instabile e labile.

Secondo il Primo rapporto sulla rigenerazione urbana in Italia (Centro Studi SOGEEA, 2018) gli interventi di rigenerazione sul patrimonio esistente valgono circa 328 miliardi di euro, cioè quasi il 17% del Prodotto Interno Lordo. D’altro canto, il quarto rapporto CERIIS, Evidenze sull’innovazione sociale e sostenibilità in Italia (2018) rileva come gli interventi mirati a creare cambiamenti duraturi nelle condizioni socio-economiche di aree urbane svantaggiate in molti casi non abbiano avuto gli effetti sperati. In particolare solo il 7% dei 648 casi mappati riguarda la riqualificazione urbana e la rivitalizzazione delle periferie.

Dal confronto di questi due dati emerge un sostanziale disallineamento tra le politiche pubbliche e le istanze di cambiamento delle comunità. Da qui la domanda che ha animato il confronto tra i partecipanti al workshop Esperienze urbane: reimmaginare gli spazi urbani per uscire dalla logica del profitto. Perché l’innovazione sociale (non) rigenera le città?

La domanda, evidentemente, rimane aperta, tuttavia durante i lavori del workshop sono emersi due aspetti significativi per la comprensione delle tematiche ad essa connessi. Da un lato la necessità di progettare le relazioni tra le parti coinvolte (enti pubblici, cittadini e associazioni o imprese sociali) e l’individuazione di un soggetto in grado di governare tale progetto; dall’altro il fondamentale bisogno di innovare politiche e strumenti affinché tali processi possano svilupparsi e produrre effetti rilevanti.

Ci troviamo, quindi, in un contesto in cui la rinnovata attenzione al tema della rigenerazione urbana deve fare i conti con un profondo cambiamento della domanda e della mappa degli attori coinvolti. L’approccio place-based e di sviluppo urbano integrato, incentivato anche dalla programmazione ruropea 2014-2020, ci pone davanti ad una sfida che coinvolge tanto le norme quanto le competenze e le professionalità.

In definitiva, più che la codifica di nuovi modelli da replicare, bisognerebbe creare le condizioni normative, ma non solo, affinché le città possano diventare “laboratori di sperimentazione e progettazione delle soluzioni alle diverse situazioni, prima che queste diventino operative. Le città sono l’ultima speranza per un’azione collettiva veramente efficace” (Zygmunt Bauman).

Chiara Rizzi
Ricercatore in progettazione architettonica – Università della Basilicata



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