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Pari opportunità: in Veneto più donne al lavoro, ma busta paga inferiore agli uomini

Pubblicato il 23 Luglio 2019 in Lavoro, Veneto

smart working lavoro agile  

Più donne al lavoro e più donne nelle posizioni apicali. Migliora in Veneto il tasso di occupazione femminile, che arriva a raggiungere il 57,1% nel 2017, e aumenta la presenza femminile nei ruoli apicali e nelle posizioni quadro, rispettivamente del 3,7% e del 10,6%. Ma permane il divario retributivo tra i due generi: del 18% in generale tra un uomo e una donna con pari qualifica, ma con punte anche del 50% tra gli incarichi dirigenziali.

Sono i primi dati contenuti nel dossier “L’occupazione maschile e femminile in Veneto”, rapporto sulla situazione del personale e le pari opportunità nelle 1047 aziende con oltre cento dipendenti presenti in Veneto, curato dalla consigliera regionale di parità Sandra Miotto e edito dalla Regione Veneto.

Il rapporto è stato presentato e discusso ieri 22 luglio a Padova, nell’archivio Antico del Bo, in occasione del pubblico confronto tra Università, Regione, Ispettorato interregionale del lavoro e rappresentanti del Ministero del lavoro.

In Veneto le donne sono più presenti nella sanità e assistenza sociale (74,4% degli occupati), nell’istruzione (73%), nella Pubblica Amministrazione (72,3%), nella ristorazione e nel settore alberghiero (68,5%) e nel commercio (62,9%); prettamente maschile, invece, l’edilizia (87,7%) e pari al 70% la quota di uomini nelle attività manifatturiere.

Donne anche più istruite: più di una donna su tre all’età di 35 anni, in Veneto è laureata, mentre per gli uomini il rapporto si ferma a uno su cinque. Il quadro si completa con una nota ulteriormente positiva: la presenza di donne in ruoli apicali ha raggiunto il 21%. L’altra faccia della medaglia, però, è che la retribuzione delle dirigenti e dei quadri donna resta inferiore, a parità di mansione con i colleghi maschi, del 18%.

«Sono dati tornati a livelli precrisi», ha commentato l’assessore regionale al lavoro Elena Donazzan. «Ma ora c’è bisogno di un cambiamento culturale, soprattutto con un’apertura allo smart working che combinato, ad esempio, con un part time legato alla presenza fisica sul posto di lavoro, può fare la differenza per il benessere della lavoratrice».



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