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Treviso, la rivolta delle PMI: «Salario minimo a 9 euro l’ora ci stronca»

Pubblicato il 20 Giugno 2019 in Treviso

 

Il salario minimo di 9 euro l’ora, proposto dal Governo, rischia di far andare fuori mercato gran parte delle aziende trevigiane, a partire dalle piccole e piccolissime, alzando i costi e stroncando ogni possibilità di assumere. Infatti, la maggior parte dei contratti collettivi del settore artigiano, per i lavoratori meno qualificati, contempla livelli di inquadramento inferiori ai 9 euro orari. Questo è quanto spiegano il centro studi della CNA di Treviso, che ha fatto due conti, e l’Associazione degli Artigiani rimanda al mittente come irrealistica la proposta del salario minimo a 9 euro lordi/ora.

«La ricetta deve essere un’altra – afferma Giuliano Rosolen, direttore provinciale di CNA Treviso – ovvero l’abbassamento delle imposte per le aziende, favorendo quelle che si impegnano ad aumentare l’occupazione. Serve un taglio deciso del cuneo fiscale, non al contrario continuare ad alzare i costi per le imprese, scelta irresponsabile che appesantisce ulteriormente la spirale depressiva. Anche sul metodo c’è da fare un’annotazione: la definizione dei salari è materia da sempre oggetto di contrattazione tra le parti sociali, associazioni datoriali e sindacati. Non s’è mai visto un Governo che voglia imporre per legge le retribuzioni dei lavoratori!».   «La maggior parte dei contratti collettivi del settore artigiano contempla, per le mansioni meno qualificate, livelli di inquadramento inferiori ai 9 euro orari – conferma Mattia Panazzolo dell’Area Lavoro della CNA provinciale -. È bene ricordare però che nulla vieta a livello aziendale di accordare retribuzioni superiori al minimo tabellare al singolo lavoratore, come spesso avviene nelle nostre aziende. Cosa diversa è prevedere un obbligo legislativo di salario minimo, a cui dovrebbero uniformarsi i livelli più bassi, con un conseguente slittamento verso l’alto dei livelli successivi».

I dati

Nel settore metalmeccanico artigiano un operaio non qualificato (livello 6, il più basso) ha attualmente diritto a una retribuzione minima di 7,6 euro lordi all’ora, un operaio qualificato (livello 5) di 7,9 euro/ora. L’operaio specializzato, a seconda che sia inquadrato al livello 3 o 4 ha diritto rispettivamente a 8,8 o a 8,3 euro lordi/ora. Solo l’operaio specializzato di livello 2B (molto raro) supera i 9 euro lordi orari. Se venissero accordati 9 euro all’operaio non qualificato (manovali o simili), va da sé che tutte le retribuzioni aziendali dovrebbero essere adeguate al rialzo. «Pensiamo solo a chi viene assunto come apprendista – aggiunge Panazzolo -: ha un salario che inizialmente è basso e poi piano piano con l’acquisizione di competenze e di esperienza sale di anno in anno. Se venisse applicato il salario minimo a 9 euro ci sarebbe un aumento percentuale di varie decine di punti. Con il risultato di alzare i costi del lavoro in maniera tale da dissuadere le imprese dal fare assunzioni di giovani».

Anche nel settore alimentare artigiano (ad es. panifici, pizzerie al taglio etc.) metà dei livelli contrattuali si trovano attualmente sotto i 9 euro. Nel settore della comunicazione (tipografie, fotografi etc.) tre livelli su otto si trovano sotto i 9 euro. Nel settore delle pulizie ben cinque livelli su sei si trovano sotto i 9 euro. Nel settore dell’estetica e dell’acconciatura tutti i livelli di inquadramento contrattuale si trovano sotto i 9 euro. Nel settore artigiano, solo l’edilizia presenta retribuzioni superiori ai 9 euro lordi l’ora.

Tenuto conto che in Italia il cuneo fiscale (cioè il divario tra ciò che un datore sborsa per un dipendente e quanto il dipendente prende in busta paga) è alto, ecco quanto costerebbe all’impresa assumere un lavoratore privo di esperienza, senza nessuna professionalità, non autonomo sotto il profilo lavorativo nell’ipotesi che passasse la proposta del salario minimo: 2.441 euro mensili (1.557 euro lordi in busta paga) per un totale di 29.300 euro l’anno per i settori con la tredicesima; per i settori con la quattordicesima ben 2.627 euro mensili per 31.532 annui.

«È evidente che tali costi d’ingresso per i lavoratori meno qualificati risulterebbero del tutto insostenibili soprattutto per le piccole e piccolissime imprese che animano il tessuto trevigiano» aggiunge Mattia Panazzolo. «La competitività del sistema economico non deve basarsi sulla compressione salariale, ma sull’innovazione di prodotto e di processo, sulla digitalizzazione, sulla formazione delle risorse umane e sulla ricerca di nuovi mercati  – conclude Rosolen -. Serve sostenere l’impresa nei suoi progetti di innovazione e pervenire a una riduzione della tassazione per chi produce. I 9 euro di salario mimino, al di là del facile consenso, produrrebbero un incremento dei prezzi di prodotti e servizi, facendo perdere competitività alle nostre imprese e impoverendo i consumatori; e produrrebbero disoccupazione».



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