Il «politecnico patavino» che spinge le startup innovative

Pubblicato il 5 Giugno 2019 in Padova

 

Più che l’idea eccezionale, serve un team eccezionale. E i bisogni che vanno soddisfatti sono quelli del mercato, del cliente, non le volontà di chi fa ricerca. Consigli per chi fa startup innovative. E se le date hanno un significato, parlarne il 5 giugno può essere di buon auspicio. Correva infatti l’anno 1646, quando a Venezia nasceva Elena Lucrezia Cornaro Piscopia, che sarebbe stata, 38 anni dopo, la prima donna laureata al mondo, nelle aule già prestigiose dell’Università di Padova. Un’innovatrice, Elena Cornaro, come magari lo diventeranno i tanti studenti e non presenti all’incontro che ha fatto il punto sulle nuove imprese ad alto tasso tecnologico e di ricerca e la loro importanza per la crescita di un territorio. A NordEst ricerca e nuove tecnologie sono fondamentali per rimanere competitivi in un mercato sempre più globale e veloce. L’occasione di confronto sul tema è stato l’evento, organizzato dal «Contamination Lab Veneto», (un percorso formativo esperienziale extracurriculare della durata di 6 mesi durante il quale gli studenti potranno lavorare in team e vivere presso le strutture del Collegio Mazza di Padova e Verona), che si è tenuto in uno dei cuori innovativi dell’Ateneo di Padova, l’aula magna del dipartimento di Ingegneria dell’Informazione.

Italia al vertice per l’AI

«Date le alte percentuali di fallimento fare startup, ancora, suona un po’ come un modello romantico. Proviamo e vediamo come va – spiega Vincenzo Russi, cofounder e ceo di E-Novia, la «fabbrica di imprese» con sede a Milano –. A e-Novia noi sviluppiamo un prototipo a partire da un’idea. Grazie a quel prototipo capiamo se l’idea può aver successo nel mercato. Solo a quel momento fondiamo l’impresa». Credendoci fino al punto di sacrificare «costole» della propria realtà. «Creiamo il team dell’impresa che va a nascere proprio a partire da noi stessi: incentiviamo i nostri ingegneri, designer, esperti a uscire da e-Novia e far parte della nuova azienda».

«La quarta rivoluzione industriale viene spesso descritta come la presenza, o meglio la pervasività, di tecnologie miniaturizzate connesse fra loro – ricorda Russi –. Spesso si parla di internet delle cose portate nelle fabbriche. Non è così: perché questo, in realtà, esiste da molti anni. Oggi al massimo abbiamo un’evoluzione delle capacità di calcolo. Ma la vera rivoluzione che scardinerà le regole è quella dell’intelligenza aumentata, non artificiale: perché aumenta le capacità dell’uomo. Ovvero le logiche cognitive inserite negli algoritmi. Industria, servizi, mobilità: tutto gira attorno alla realtà aumentata». L’Italia ci sa fare. «Siamo primi nell’implementazione di tecnologie di intelligenza aumentata. Abbiamo superato Giappone, Cina e Germania. Eppure il quadro economico italiano è quello che si sente, disastroso. Ma se continueremo a fare questo diventeremo noi il nuovo Giappone, la nuova Cina. Diventeremo una potenza industriale come già lo siamo a livello manifatturiero».

E sulle startup? «Attenzione al progetto, attenzione al mercato, attenzione al cliente. Qualcosa che gli atenei ancora non formano». «Noi siamo una fabbrica d’imprese, evoluzione di quelli che sono incubatori e acceleratori. Che non svaluto, assolutamente. Ma sono soprattutto operazioni immobiliari. Quando siamo nati, quattro anni fa, eravamo startup innovativa. Oggi abbiamo più di 10 milioni di euro di ricavi e 120 ingegneri che lavorano. Uno dei temi principali è la raccolta dei fondi. Risorsa umana e finanziaria sono le due leve che consentiranno successo alla vostra azienda. Non si possono fare startup con 10mila euro, o gare a livello nazionale con primo premio 50mila euro. A e-Novia le nostre startup partono per la realizzazione del prototipo con una spesa media di 250mila euro. Solo per il prototipo, fatto da una catena di montaggio che si dà massimo sei mesi. Perché se non ce la fai in questo lasso di tempo vuol dire che sei fuori mercato, che ci sarà qualcuno o già c’è che sta già inventando lo stesso prodotto». Si passa poi dal prototipo all’impresa vera e propria. «La spesa media di questo passaggio – continua Russi – è di due milioni di euro. E lo facciamo anche con gli atenei: finanziamo la ricerca e poi acquistiamo la proprietà intellettuale, alle regole dell’Università, non alle nostre».

Fra e-Novia e gli atenei le porte sono girevoli: la «fabbrica d’imprese» finanzia ricerca, ne acquista i risultati e dà lavoro a tanti ricercatori che porta all’interno per rendere più rapidi i tempi ed efficaci i prodotti.  E-Novia può essere preso come esempio: continua a produrre numeri significativi, dai ricavi agli investimenti passando per il personale assunto, le imprese e i brevetti: i capitali raccolti dalla sola e-Novia ammontano a circa 20 milioni, e con tutte le imprese del gruppo superano i 50 milioni, 27 sono stati i progetti imprenditoriali fino ad oggi generati e più di 40 i brevetti internazionali depositati.

Vincenzo Russi, ceo e-Novia

Il politecnico patavino

Sull’ingegneria patavina vale la pena di spendere qualche riga: per molti, visti i risultati ottenuti, è un piccolo Politecnico del NordEst, capace di farsi invidiare anche dai più grandi. Con tassi occupazionali che superano il 90% e quasi 4.200 immatricolazioni l’anno. Fare l’ingegnere, a quanto dicono i numeri, va ancora di moda. Con un vantaggio quasi unico che offre l’Università di Padova: ateneo multidisciplinare come pochi, permette contaminazione costante di idee. Gli ingegneri si trovano a lavorare quotidianamente con fisici e matematici, con economisti e letterati, e così via. Un terreno fertile che funziona, come ricorda spesso il rettore dell’Università di Padova Rosario Rizzuto. «Dello scambio fra saperi diversi facciamo un punto di forza, di crescita. I nostri risultati lo certificano: 27 dipartimenti su 31 ammessi tra i 350 dipartimenti italiani selezionati per il bando dei “dipartimenti eccellenti” dal Ministero, il primato nella Valutazione della Qualità della Ricerca dell’Anvur, un grande numero di studenti e ricercatori stranieri, 26 corsi in lingua inglese: riscontri che ci mettono su quel piano internazionale nel quale vogliamo competere».

Il Veneto che innova

«Il Veneto, qualche anno dopo la crisi devastante, si posizionava fra le ultime Regioni in Italia per nascita di startup – spiega l’assessore allo Sviluppo economico della Regione Veneto Roberto Marcato –. Nel 2013, anno di costituzione del registro, avevamo 4 startup innovative. Oggi ne abbiamo 893, da quasi ultimi siamo ora in quarta posizione, con due province nella top ten: Padova in sesta e Verona in nona posizione. Avevamo la consapevolezza della potenzialità: per questo abbiamo voluto dedicare un’azione specifica per le startup, con un investimento complessivo di 19 milioni di euro. Ad oggi siamo usciti con due bandi, nel 2016, che hanno consentito a molte idee di trasformarsi in startup».  Marcato non risparmia una stoccata. «Si era già intonato il de profundis perché si diceva che le nostre aziende erano troppo piccole per fare ricerca e innovazione, questo all’inizio della crisi. Dieci anni dopo siamo la Regione con la più grande crescita del Pil e il minor tasso di disoccupazione. E chi spinge questi risultati? Proprio quelle PMI che dovevano essere il problema». Ma anche una carezza. «Padova è una delle Università migliori al mondo. A volte si tende a rivolgersi ai politecnici, ma qua abbiamo tutto. Anche un competence center, che avrà Padova come destinazione fisica della sede, con il progetto della Fiera».

Fare startup innovative

«Le startup innovative sono sempre esistite, anche prima che nascesse il titolo – ha ricordato Stefano Negrelli, startup specialist –. Pensando al modello veneto, in fondo cosa facevano i tanti coraggiosi imprenditori che hanno fondato, magari decenni fa, le loro aziende? Ora abbiamo una legislazione che le certifica e le agevola». Le startup innovative sono più di 10mila in Italia. Ma tre su quattro falliscono. «Perché fanno cose che non interessano – ricorda Negrelli – Rispondono ai bisogni di chi ci fa ricerca dentro, ma non partono dal presupposto basilare: capire il mercato, gli utenti e i loro bisogni». Un esempio? «Seguo una startup innovativa in campo biomedicale che è ad un passo dalla commercializzazione. Ma si stanno concentrando sull’ottenere un fido bancario che a loro non serve. E nel frattempo la loro ottima tecnologia rischia, ogni giorno, di trovare un competitor che ne commercializza una più evoluta». E occhio al team. «Vanno cercate le persone giuste all’interno del team. Chi poi fa il business angel ci fa caso. Se vede qualcuno non all’altezza, vi abbandonerà. Il team eccezionale con un’idea mediocre farà bene, un team mediocre con un’idea eccezionale fallirà. Perché fare una startup innovativa è come un matrimonio».

 



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