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Rapporto Fondazione Nord Est, appello a Tria per un «piano formazione»

Pubblicato il 15 novembre 2018 in Cultura, Economie, Padova, Pmi e Imprese

 

Un dato certo: la crescita del Pil dell’1,8% nel 2017. Un dato previsto: il segno più anche per l’anno 2018. Meno marcato, magari (1,3%), ma sempre solido. Stiamo parlando della salute economica del Nord Est, con l’analisi annuale presentata nell’aula magna dell’Università di Padova dalla Fondazione Nord Est. Dati positivi: Pil pro capite a 33.900 euro, simile a quello di Germania e Svezia, superiore ampiamente alla media italiana. Tassi di occupazione tornati superiori a quelli pre-crisi del 2008 (compresi fra il 65,7% del Friuli Venezia Giulia e il 72,9% dell’Alto Adige). Usando un termine abusato: il Nord Est è locomotiva che traina il Paese. Con alcune differenze: il motore sta in Alto Adige e Trentino, Friuli e Veneto si accodano. E con tanti scricchiolii.

Carlo Carraro, nuovo direttore della Fondazione Nord Est, lo dice chiaramente, senza alibi: «Bisogna intervenire subito, correggere la direzione dove serve finché ci sono le opportunità». Ma perché il Nord Est è a due velocità? La risposta c’è: in Alto Adige e Trentino si investe molto, e lo fa soprattutto il pubblico. Anche se la realtà è sempre sfaccettata: il Veneto, ad esempio, è la Regione che più ha intercettato i cambiamenti dell’industria 4.0.

Così è un quadro in chiaroscuro quello che esce dall’imponente aula magna del Bo. Scelta non a caso. L’appello costante è infatti quello a «un grande piano di formazione», a costruire il futuro attraverso i talenti che lo devono mettere in pratica.

Così il rettore dell’Ateneo, Rosario Rizzuto, lancia un appello tanto reiterato quanto stringente al ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria. «La politica creda nell’Università, creda nei giovani che scelgono di formarsi negli Atenei pur non avendo nessuna certezza di quanto accadrà dopo». Formarli e trattenerli: il Veneto ha un saldo negativo in termini di mobilità di laureati pari a -4,6% per mille. Sono più i laureati che se ne vanno rispetto a quelli che arrivano. In altre parole: le imprese venete sono meno attrattive rispetto ad altri territori, come Lombardia ed Emilia Romagna, che hanno investito molto sulla formazione e hanno saldo positivo (rispettivamente 13,7% e 15,3%).

Il futuro del Nord Est è legato a doppio filo, quindi, alla capacità di attirare capitale umano adeguato ai bisogni futuri delle imprese. Lavoratori qualificati: la formazione professionale è ancora troppo bassa: 10mila iscritti a percorsi terziari professionalizzanti (Its), rispetto, ad esempio, ai 764mila della Germania, 529mila della Francia. E c’è ancora ritardo sulla trasformazione digitale: a Nord Est una quota fra il 15 e il 19% delle imprese ha investito (o vuole farlo) sulle tecnologie 4.0. Poco, troppo poco, pensando anche che l’utilizzo integrato di queste tecnologie nei processi rimane limitato.

Ecco quindi la richiesta della Fondazione, sottolineata anche dal presidente Carlo Carraro: serve un piano di investimenti. Non però in infrastrutture, ma in formazione e nuove scuole, nel digitale, in ecosistemi per l’innovazione, in opportunità di lavoro per i giovani di maggior talento. Così come bisogna puntare su fonti di energia rinnovabile. La politica è chiamata in causa fortemente: «deve saper guardare al futuro».

Altrimenti, rischia di essere grigio. «Le misure strutturali sono da portare avanti con determinazione, da ampliare rispetto a quelle decise nel programma di governo per generare fiducia negli operatori e consentire che investimenti pubblici e privati riprendano insieme un percorso di crescita – ha ribadito il ministro Tria –. In apertura del vostro rapporto c’è una frase in cui si dice che il progresso economico e materiale si fonda su un insieme di fattori intangibili come la fiducia e la coesione sociale, senza la quale non c’è progresso: questo vale anche per il Paese».



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