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Decreto dignità, sondaggio fra gli HR: a rischio il 21% dei contratti a termine

Pubblicato il 2 agosto 2018 in Lavoro, Pmi e Imprese

industria padovana  

Secondo un’indagine realizzata da Assindustria Venetocentro su un campione di 307 imprenditori e direttori risorse umane delle province di Padova e Treviso, il 21,8% dei lavoratori a termine assunti dalle aziende (e il 29% di quelli in somministrazione), rischia di non veder confermato o prorogato il proprio contratto per effetto del Decreto dignità. Il quale prevede la riduzione da 36 a 24 mesi della durata massima dei contratti a termine, obbligo delle causali in caso di rinnovo o superamento dei 12 mesi, costi addizionali, incertezza normativa. Una misura già “bocciata” dall’associazione in un recente incontro a Padova e Treviso con 600 imprenditori presenti.

La conferma? Le aziende dichiarano che per il 21,8% dei contratti a termine ricorreranno al turnover, per evitare il rischio contenziosi, e inseriranno nuovi addetti a termine in sostituzione di quelli che non potranno essere prorogati o rinnovati senza incorrere nelle causali. Ma il rischio riguarda una platea molto più ampia, pari a oltre 6 contratti a termine su 10 (63,7%), che avrebbero potuto essere prorogati o rinnovati ma difficilmente lo saranno per effetto del decreto.

«I risultati dell’indagine – dice Massimo Finco, presidente di Assindustria Venetocentro – confermano la preoccupazione che ci è stata rappresentata da centinaia di aziende nelle ultime settimane. Questo provvedimento danneggia anche il lavoro, danneggia le persone che si dichiara di voler tutelare, specialmente i giovani, non solo le imprese. E avrà l’effetto di ridurre le opportunità di occupazione e la stabilizzazione dei rapporti di lavoro, oltre a pregiudicare l’efficienza e la competitività delle imprese, peraltro in una fase di rallentamento».

«Le misure introdotte non paiono adeguate a cogliere l’obiettivo di ridurre la precarietà – aggiunge Maria Cristina Piovesana, presidente vicario di Assindustria Venetocentro -. Anzi, da un lato con la riduzione della flessibilità e della certezza del diritto per le imprese, dall’altro con l’inasprimento delle sanzioni in caso di licenziamento, vi è il rischio oggettivo di giungere a risultati opposti rispetto agli obiettivi dichiarati».

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