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Workers buyout, così in sei fabbriche venete gli operai salvano il lavoro

Pubblicato il 5 febbraio 2018 in Lavoro, Padova, Rovigo, Venezia, Verona

Cooperativa Fonderia Dante  

Da licenziati a proprietari delle imprese: è la storia dei 130 soci lavoratori delle sei cooperative venete protagoniste di workers buyout negli ultimi otto anni. Il termine inglese indica l’operazione con cui i dipendenti di un’impresa in crisi la prendono in gestione. Un fenomeno che in Veneto ha mobilitato 4,8 milioni di euro di capitali pubblici e privati, di cui 2 milioni versati dai lavoratori.

La D&C Modelleria di Vigodarzere in provincia di Padova è stata la prima a rinascere, nel 2010, dalle ceneri della Modelleria Quadrifoglio. Su 16 operai rimasti a casa, dieci si sono costituiti in cooperativa, hanno stipulato un contratto d’affitto con il curatore fallimentare e dopo un anno hanno rilevato l’azienda. La legatoria Zanardi di Padova è ripartita dopo il dramma del suicidio del titolare, nel febbraio 2014, pochi giorni dopo la presentazione in tribunale della domanda di concordato preventivo con i creditori. Venti dei 105 dipendenti hanno investito l’anticipo delle indennità di mobilità e riavviato la produzione.

La Kuni nel comune di Giacciano con Baruchella, in provincia di Rovigo, dopo il fallimento avvenuto nel 2014, oggi crea mobili per le navi di lusso e per la casa. Alla Berti di Venezia, fallita nel 2016, i serramenti in vetro sono tornati a riempire il magazzino grazie alla cooperativa fondata da 22 dei 47 ex operai, che oggi occupa 37 persone. La Sportarredo di Gruaro (Venezia), rilevata all’asta fallimentare nel 2015, in tre anni ha accresciuto il fatturato da meno di un milione a 1,3 milioni di euro e vende in tutto il mondo apparecchiature abbronzanti. L’ultima nata, la Cooperativa Fonderia Dante di San Bonifacio in provincia di Verona, è anche la più grande nella regione con 62 soci lavoratori.

Come funziona la legge Marcora

Sul modello del workers buyout come antidoto alla desertificazione industriale che ha colpito anche i distretti del Veneto ha molto creduto Legacoop, che alle sei nuove cooperative ha fornito ossigeno finanziario attraverso il fondo Coopfond. Ad aiutarle in fase di startup c’è poi Cooperazione finanza impresa, società istituita dalla legge Marcora nel 1985 e partecipata dal ministero dello Sviluppo economico, che investe nel capitale sociale dei workers buyout.

Per Zanardi e Kuni si è aggiunto l’intervento di Veneto Sviluppo, la finanziaria della Regione Veneto. Giocano un ruolo importante i sindacati e gli istituti di credito come Banca Etica con cui Legacoop Veneto ha stretto un accordo per concedere credito agevolato per queste operazioni. Ma alla base di tutto c’è la volontà dei lavoratori di rischiare in prima persona versando nel capitale delle nuove cooperative i soldi degli ammortizzatori sociali.

Rizzi (Legacoop): “Più flessibilità con le coop”

«La cooperazione è un settore anticiclico – dice il presidente di Legacoop Veneto Adriano Rizzi –. Consente una maggiore flessibilità interna rispetto a un’impresa classica. Quando si affronta un momento di difficoltà i soci possono decidere democraticamente di ridurre per un certo periodo gli stipendi. Per un imprenditore, invece, spesso è più conveniente chiudere quando non ci sono più margini di profitto. La conferma è che negli anni della crisi i soci lavoratori nel mondo della cooperazione sono cresciuti».

Ma non sempre il workers buyout è una buona idea. «Servono prospettive di mercato favorevoli e un piano industriale serio – sottolinea Rizzi –. Noi valutiamo il business plan e accompagniamo la fase di avvio anche fornendo competenze manageriali. Di solito si inizia con l’affitto di un ramo d’azienda per arrivare poi, dopo qualche anno, all’acquisizione dello stabilimento».

Sono 258 le realtà di questo tipo nate in Italia fra il 1986 e il 2016, secondo una ricerca di Salvatore Monni, Giulia Novelli, Laura Pera e Alessio Realini dell’Università Roma Tre. La maggior parte si trova nel Centro Italia dove più forte è la tradizione cooperativistica: in Toscana sono 55, 52 in Emilia Romagna. In Veneto se ne contavano 21 alla fine del 2016. La ventiduesima, costituita nel luglio 2017, è la Cooperativa Fonderia Dante che ha preso in affitto i reparti di fonderia e assemblaggio delle caldaie in ghisa della Ferroli, storica industria in crisi. Il piano di ristrutturazione varato dai fondi Oxy e Attestor, che nel 2016 hanno rilevato il 60% del capitale della Ferroli, ha previsto la chiusura della fabbrica di Alano di Piave, in provincia di Belluno, e a San Bonifacio 199 esuberi e la dismissione della fonderia delle caldaie con basamento in ghisa, ritenute obsolete.

Cooperativa Fonderia Dante, 62 scommettono sulle caldaie

Ma per i 62 operai che hanno fondato la nuova cooperativa, investendovi 780 mila euro di Naspi, l’indennità di disoccupazione biennale, quella produzione ha ancora un futuro. «Sono rimaste poche fonderie a realizzare questo tipo di caldaie e dai mercati dell’Est Europa c’è ancora richiesta – racconta Gianluca Pretto, presidente della Cooperativa Fonderia Dante, 42 anni di cui 22 da operaio alla Ferroli –. Abbiamo intitolato la cooperativa a Dante Ferroli, fondatore nel 1955 della fabbrica di caldaie, perché finché fu in vita si oppose alla chiusura di quel reparto. Ma non guardiamo solo al passato: produciamo anche dischi freno per il settore automotive». Il piano industriale prevede di investire, in tre anni, due milioni di euro in ricerca e macchinari. «Per prima cosa abbiamo sostituito la vecchia torre di raffreddamento della fonderia – dice Pretto –. Con quella nuova garantiamo un’aria migliore ai dipendenti e al quartiere sorto attorno alla fabbrica, dove molti di noi vivono con le loro famiglie».

A guidare la riconquista della Sportarredo, invece, non sono stati gli operai, ma sette fra impiegati e dirigenti: responsabili amministrativi, della progettazione, del marketing, il direttore della filiale negli Stati Uniti. «Siamo ripartiti con gli stipendi al minimo tabellare e lo stesso livello di inquadramento per tutti – spiega il presidente Claudio Pasquon –, ma il bilancio umano è molto positivo: discutiamo tutto durante le riunioni settimanali e prendiamo le decisioni in modo davvero condiviso».

Giulio Todescan

Foto: Cooperativa Fonderia Dante, via www.cfdcasting.it

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