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Sanità veneta, rete per l’infanzia a rischio con le nuove linee guida. La denuncia degli assistenti sociali

Pubblicato il 15 maggio 2017 in Economie

infanzia bambino  

Le nuove linee guida della Regione Veneto in campo sanitario rischiano di indebolire la rete di sostegno per l’infanzia, secondo l’Ordine degli assistenti sociali veneti. Che lancia l’allarme alla vigilia del convegno regionale “SOStare in famiglia”, organizzato dalla Comunità Papa Giovanni XXIII e dal Comune di Padova con il Tavolo Un Welfare per i Minori, che si terrà a Padova lunedì 15 maggio 2017 all’Auditorium San Gaetano.

«Il modello veneto delle aziende Unità Locali Sociosanitarie – spiega Monica Quanilli, presidente dell’Ordine degli assistenti sociali del Veneto – da sempre si basa sull’integrazione socio-sanitaria, sulla presa in carico globale e integrata della persona, sull’approccio multiprofessionale e organizzato in percorsi. I migliori risultati si ottengono infatti attraverso i processi clinico-assistenziali con i quali i Centri Specialisti Provinciali per la Tutela accompagnano le persone nei percorsi all’interno dell’ente che eroga gli interventi (Aulss), evitando così sovrapposizioni, vuoti o di lasciare all’utente il compito di connettere i vari servizi».

Tuttavia, prosegue Quanilli, le attuali Linee Guida per la predisposizione degli atti aziendali, emanate dalla Regione Veneto, sembrano di fatto contraddire tali principi. A partire dalla disabilità: «Unire la disabilità e la non autosufficienza in un’unica struttura comporta una presa in carico del minore diversamente abile frammentata tra servizi che si occupano della fase diagnostico-terapeutica-riabilitativa e servizi a cui competono le prestazioni proprie dell’area della non autosufficienza. Il risultato rischia di essere il mancato riconoscimento delle specificità d’intervento per le persone disabili, a fronte di dimensioni territoriali molto ampie e diversificate».

Altro punto critico: lo smembramento dell’Unità Organizzativa Complessa Infanzia Adolescenza Famiglia in tre Unità Operative. Il quale per Quanilli «crea una situazione in cui la persona sarà costretta a fare da trait-d’union tra i servizi, sostituendo in questo compito l’organizzazione e contraddicendo il principio dell’integrazione socio-sanitaria. Di contro le competenze delle singole unità operative non sono completamente declinate, lasciando aree di incertezza».

Un altro problema riguarda le equipe interdisciplinari sulla violenza e i maltrattamenti, che, pur rinnovate, sono composte da precari. «Queste strutture – prosegue Quanilli – determinanti per la presa in carico dei minori vittime di abuso come dei minori autori di abuso, di fatto dipendono anno dopo anno dalla capacità della Regione di reperire risorse ad hoc. Insieme al Tavolo Un Welfare per i Minori chiediamo alla Regione un riesame del provvedimento come pure il potenziamento dei Servizi di Consultorio Familiare e dei Servizi di Età Evolutiva, competenti in materia di maltrattamento, abuso e violenza».

Su tutto il quadro pesa il nodo delle risorse e del personale. «L’aumento del disagio e dei maltrattamenti negli ultimi anni – dice Quanilli – impone di sistematizzare i complessi interventi a favore dell’infanzia e dell’adolescenza e richiede di definire con chiarezza non solo la competenza, ma anche le risorse di personale dedicate, promuovendo azioni forti di prevenzione e contrasto, non solo interventi riparativi a danno fatto. Ma attualmente le revisioni dell’organico sono previste per l’ambito sanitario, escludendo i servizi territoriali, proprio quelli che più di altri intercettano i bisogni e soddisfano le richieste delle persone. Inoltre per questi servizi il fabbisogno viene calcolato in rapporto ai dati numerici della popolazione residente, anziché sulle sue caratteristiche«. L’effetto è pessimo: »C’è una prevalenza dell’area medico sanitaria sull’area sociale, che pregiudica il complesso sistema di progettualità volto all’integrazione socio-sanitaria prodotto nel corso di questi ultimi decenni. In questa situazione confusa, nuovi costi vengono a gravare sui comuni, che si trovano a dover rispondere a richieste e bisogni non di propria competenza».

Il problema riguarda certamente gli assistenti sociali, ma anche gli psicologi e gli educatori, conclude Quanilli: «Il Piano Socio Sanitario Regionale stabilisce la necessità di definire ‘le dotazioni standard del personale sanitario, professionale e amministrativo dei servizi sanitari e sociosanitari necessari a garantire l’erogazione dei livelli essenziali di assistenza (LEA)’. È quindi necessario che siano ascoltati Ordini professionali e organizzazioni di categoria per definire quale sia uno standard sostenibile, precisando il rapporto operatori/utenti ed evitando scelte organizzative dettate solo dalla logica del contenimento della spesa. A causa delle mancate autorizzazioni regionali per le sostituzioni del personale dei servizi distrettuali, si è creata una situazione di emergenza, con decine di assistenti sociali, psicologi ed educatori in meno».

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