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“Non si può morire di lavoro a 19 anni”: l’insegnante ricorda Michele Cavallaro

Pubblicato il 23 febbraio 2017 in Lavoro, Padova, Rovigo

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Michele Cavallaro era un ragazzo di 19 anni, un operaio di Stanghella, in provincia di Padova. È morto sul lavoro il 22 febbraio 2017.

Stava lavorando nei capannoni della 24-7 srl, fabbrica di piastrelle di cui era dipendente, nel polo della ex Bassano Grimeca di Ceregnano, in provincia di Rovigo. Secondo la prima ricostruzione della dinamica, il giovane sarebbe stato schiacciato dal braccio di un robot.

Michele Cavallaro era stato allievo della Scuola Edile di Padova. Giampaolo Lupato, direttore della scuola, ha scritto una lettera in suo ricordo, che riportiamo integralmente di seguito.

Michele Cavallaro, il ricordo del direttore della Scuola Edile

Michele Cavallaro – il ragazzo diciannovenne morto sul lavoro nell’azienda 24 – 7 di Ceregnano nel rodigino – era un allievo della nostra scuola. Uno dei nostri allievi più brillanti. Al punto che lo avevamo stimolato a proseguire gli studi presso l’Istituto Kennedy per conseguire il diploma da geometra. E Michele ci aveva provato, con le difficoltà che inevitabilmente si incontrano in questi casi, ma che la sua intelligenza e la sua forza di volontà avrebbero sicuramente superato. Queste sue qualità, però, non hanno avuto il tempo di dispiegarsi, perché le difficoltà economiche della sua famiglia lo hanno indotto a cominciare a lavorare nell’azienda dove ha perso la vita. Michele non considerava però questa scelta un sacrificio, era per lui comunque un’occasione di crescita, di emancipazione, un modo per sostenere le persone cui era legato da un affetto profondo. Infatti chi ha mantenuto i contatti con lui, durante le prime settimane della nuova esperienza, racconta il suo entusiasmo, la sua voglia di imparare, l’impegno con cui svolgeva le sue mansioni.

Ci piace ricordarlo così, Michele, sottolineando lo slancio verso la vita che ha caratterizzato ogni suo gesto, ogni sua decisione. Quella vita però è stata spezzata, ancor prima che varcasse la soglia della maturità, o appena dopo. E questo non è tollerabile, così come fa riflettere il ruolo decisivo della necessità economica nell’interruzione dei suoi studi.

Morire di lavoro, a 19 anni, nel 2017, in uno dei Paesi più ricchi del mondo. Tra i più ricchi, ma evidentemente non sufficientemente civile per garantire la sicurezza di chi per vivere ha bisogno di lavorare. E con una sperequazione nella distribuzione del benessere che non ci colloca tra i Paesi più giusti.

È difficile guardare negli occhi i nostri ragazzi, coglierne il dolore e trovare una spiegazione plausibile a quanto di terribile è successo. In questa scuola insegniamo che il lavoro dà da vivere, emancipa, valorizza il talento, restituisce dignità. Un lavoro che dà la morte non è contemplabile, un lavoro che dà la morte è la negazione dei valori su cui si fonda la nostra scuola.

Ci auguriamo che la piaga delle morti bianche sia sconfitta, che la società guarisca da questa letale malattia. Non è solo un augurio, è un impegno che ci assumiamo per quanto è nelle nostre possibilità, proseguendo il percorso di educazione alla sicurezza (come bene indisponibile, come diritto irrinunciabile) dei ragazzi che si apprestano ad entrare nel mondo del lavoro. Sapendo che questo non basta, perché se la stessa educazione non diventerà patrimonio di tutti, le tragedie si ripeteranno. Speriamo di non rimanere soli, o in troppo scarsa compagnia, in questa battaglia di civiltà.

Intanto non lasciamo sola la famiglia di Michele, non lasciamo soli i suoi amici. Li abbracciamo e gli ricordiamo che potranno sempre contare su di noi.

Giampaolo Lupato

Direttore Scuola Edile di Padova

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