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Jobs Act, illegittimi gli sgravi per le stabilizzazioni? La tesi di un commercialista

Pubblicato il 28 ottobre 2016 in Lavoro, Professionisti

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Le stabilizzazioni dei contratti a progetto collegate agli sgravi contributivi previsti dalla Legge di Stabilità 2016, una delle tante novità normative collaterali al Jobs Act, potrebbero essere illegittime. O meglio, ci sarebbero “Profili di illegittimità” che potrebbero addirittura portare alla restituzione degli sgravi già ottenuti. A sostenerlo, in una conferenza a Padova organizzata dalla Conferenza permanente tra gli ordini dei dottori commercialisti ed esperti contabili delle Tre Venezie, è Gian Piero Gogliettino, commercialista del lavoro che ha già esposto la tesi in un saggio pubblicato sulla rivista “Diritto delle Relazioni Industriali” (numero 2/2016).

Il punto, afferma Gogliettino, è in una contraddizione interna alla legge. La quale prevede che conditio sine qua non per avere diritto allo sgravio è che il lavoratore nei sei mesi precedenti «non deve risultare occupato a tempo indeterminato presso qualsiasi datore di lavoro». Nel concreto, la stabilizzazione del lavoratore avviene con la sottoscrizione di un atto di conciliazione, con cui le parti dichiarano estinti illeciti amministrativi, previdenziali e fiscali. A patto che il lavoratore venga assunto in pianta stabile per almeno 12 mesi.

Sono questi due i punti che entrano in contraddizione, a detta del commercialista del lavoro: firmando l’atto di conciliazione si ammette implicitamente che in precedenza c’è stato un rapporto di lavoro di natura subordinata non riconosciuto, che viene così “sanato”. Ma in questo modo viene meno la condizione soggettiva di cui sopra, cioè che il lavoratore non deve avere intrattenuto rapporti di dipendenza nei sei mesi precedenti.

Detto in altri termini: «Gli organi di vigilanza ben potrebbero – circoscrivendo l’attività ispettiva al mero disconoscimento dello sgravio – contestare la natura subordinata a tempo indeterminato del rapporto di lavoro per fatti immediatamente precedenti il perfezionamento dell’accordo transattivo, con ciò facendo configurare la condizione ostativa rappresentata dalla presenza di un contratto a tempo indeterminato nei sei mesi precedenti, presso qualsiasi datore di lavoro».

Gogliettino propone anche una soluzione: «Un intervento emendativo ad hoc che determini, rispetto al ricorso alla stabilizzazione, la non necessaria ricorrenza del requisito de quo», cioè tagli dalla legge il riferimento ai sei mesi precedenti alla stabilizzazione.

La novità delle collaborazioni etero-organizzate

Il secondo relatore, Angelo Guadagnino, Coordinatore distrettuale con funzione di coordinamento regionale dell’avvocatura distrettuale dell’INPS Veneto, ha analizzato poi la nuova figura delle Collaborazioni organizzate dal committente (o collaborazioni etero-organizzate), introdotte dal primo gennaio 2016, e l’ha confrontata con le co.co.pro. (collaborazioni a progetto) e le co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuative). Le etero-organizzate mantengono l’autonomia del lavoratore, ma il rapporto si fa più stretto con il datore di lavoro: dal “coordinamento” si passa alla “organizzazione” da parte del committente, avvicinandosi così al lavoro subordinato a cui il trattamento economico e la contribuzione previdenziale deve essere commisurata.

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Sacconi: «Il Jobs Act è nato morto»

Più politico l’intervento di Maurizio Sacconi, ex ministro del lavoro, presidente della commissione lavoro del Senato in quota Area Popolare (Ncd-Udc): «Il Jobs Act è nato morto – ha detto provocatoriamente il senatore –, perché ha tolto qualche rigidità all’articolo 18 ma ha ulteriormente irrigidito la divisione fra lavoro autonomo e subordinato, andando contro la storia. Con le nuove tecnologie digitali e i cambiamenti del mercato la dimensione subordinata sarà sempre più vicina a quella autonoma, e il lavoro autonomo sarà sempre più etero-organizzato».

«Siamo tutti interconnessi e tutti più sollecitati ad essere autonomi – ha proseguito il senatore veneto –. Oggi più del 90% del salario è stabilito dai contratti nazionali, ma ciò sta venendo progressivamente meno: dobbiamo far venir meno il diritto pesante del lavoro, e introdurre “leggi dolci”, cornice, che fissano principi inderogabili dell’ordinamento statale e comunitario, ma con strumenti duttili come la certificazione».

 

 

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