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Matteo Millan, il cervello da 1,5 mln e il ritorno “impossibile” a Padova

Pubblicato il 15 aprile 2016 in Economie, Padova

Matteo Millan  

Matteo Millan ha un sogno: tornare all’Università di Padova, dove si è laureato, ha conseguito il dottorato e ha lavorato come ricercatore, e tornarci portando in dote – oltre al proprio bagaglio di storico – un tesoretto di 1,5 milioni di euro vinti aggiudicandosi lo Starting grant dell’Ecr, il Consiglio europeo della ricerca, che premia il singolo ricercatore e il suo progetto, non l’università o l’istituto di ricerca che lo ospita. Così Millan, 33enne originario di Campodoro nel Padovano, la sua borsa vuole riportarla a Padova, lasciando lo University College Dublin dove oggi si trova grazie a una borsa di studio.

A Padova vuole costruire il suo team di lavoro per spendere quei fondi e realizzare la ricerca sul “Lato oscuro della Belle Époque. Violenza politica e associazioni armate nell’Europa pre Prima Guerra mondiale”. E l’Università è d’accordo: ha già deliberato di assegnarli una cattedra da professore associato.

Matteo Millan, un “cervello” che non può ritornare

Il sogno però finisce qui e va a sbattere contro una realtà che ha aspetti kafkiani. Paradossalmente è proprio una legge dello Stato a impedire l’accordo. L’Università di Padova infatti ha “chiamato” Millan, con una delibera approvata il 25 gennaio dal cda dell’Ateneo, per una cattedra di professore associato presso il dipartimento di Scienze storiche. Ma il decreto ministeriale 963 del Miur, approvato il 28 dicembre 2015 e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 18 marzo 2016, stabilisce che per i programmi “ERC Starting Grants” i vincitori «possono essere inquadrati in qualità di ricercatore a tempo determinato», escludendoli così dalla possibilità di un posto stabile in università. Lo dice l’articolo 4, comma a.

L’aspetto paradossale è che il ruolo di ricercatore a tempo determinato non permetterebbe a Millan di poter reclutare ricercatori per il suo progetto, e dunque di spendere i soldi del Consiglio europeo della ricerca. «Mi trovo in stand by perché dal punto di vista amministrativo e legale, è impossibile che io possa far parte di una commissione che seleziona il gruppo di ricerca se non con una posizione da professore associato» spiega Matteo Millan.

Il ricercatore sottolinea però che le responsabilità sono diffuse: «Prima dell’approvazione, il decreto ha avuto il parere positivo sia del Cun (Consiglio universtiario nazionale) sia dell’Anvur (Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca). La razionalità di tutto ciò? Faccio fatica a trovarla. Anche perché la mia assunzione sarebbe a costo zero per il Ministero».

Aspettando il Miur

Una situazione che accomuna Matteo Millan ad altri colleghi sparsi in tutta Italia, e che potrebbe forse sbloccarsi perché la delibera del cda dell’Università di Padova è precedente alla pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto del Miur. «In Italia siamo in cinque, che io conosco, ad essere nella stessa situazione – spiega Millan – Abbiamo vinto il grant, le università hanno fatto domanda di assunzione ma il Miur ancora non ha risposto. Forse per noi alla fine la situazione si sbloccherà, ma resta il fatto che, se non viene modificato il decreto ministeriale, altri ricercatori che in futuro vinceranno il finanziamento del Consiglio europeo della ricerca si vedranno negata la possibilità di tornare in Italia non da precari».

La storia di Millan si collega alla polemica esplosa in febbraio quando, all’uscita dei risultati degli Ecr Starting grant, il ministro dell’Università e della ricerca Stefania Giannini si era complimentata con i 30 italiani vincitori del bando, subito rimbrottata dalla ricercatrice Roberta D’Alessandro, una delle vincitrici, ma che da nove anni lavora all’Università di Leiden, in Olanda, dove spenderà la sua borsa. All’estero, come circa metà dei 30 bravi ricercatori.

Guardando i numeri, emerge questa situazione: da un lato 30 ricercatori di nazionalità italiana si sono aggiudicati un Ecr Starting grant nel 2015, dall’altro appena 13 borse di ricerca sono collegate ad istituzioni italiane. Opposta la situazione del Regno Unito, per fare un esempio: 32 inglesi hanno vinto un grant, mentre 67 borse saranno “spese” in università e centri di ricerca inglesi.

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