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Storia di Seta Noventa, ricercatrice che va all’estero (ma poi torna)

Pubblicato il 10 marzo 2016 in Lavoro, Padova

Seta Noventa  

Italia-estero-Italia. E per una volta, il cerchio si chiude. Una storia col “lieto fine”, quella di Seta Noventa, ricercatrice padovana classe 1980, magari un po’ controcorrente.  Ma chi è Seta? Un cervello in fuga (con ritorno). Vincitrice del prestigioso bando internazionale Marie Curie, ora sta facendo ricerca all’università di Exeter, in Inghilterra. Ma tra un anno tornerà in Italia: ha già un posto all’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale), sede di Chioggia, dove è in aspettativa. «Torna, ‘sta casa aspetta a te» sussurra una popolare canzone napoletana. Un po’ – mutatis mutandis – come l’Ispra.

Seta Noventa e una passione: le scienze ambientali

Liceo classico, università e dottorato. Con un grande filo conduttore: la passione per le scienze ambientali, che si è concretizzata prima con una laurea e poi con un dottorato presso il Dipartimento di studi ambientali di Padova. «Finito il dottorato ho trovato lavoro abbastanza velocemente» racconta. Prima sei mesi all’Arpav (Agenzia regionale per la prevenzione e protezione ambientale del Veneto) poi l’ assegno di ricerca all’Ispra ente che, per intenderci, è il braccio operativo del Ministero dell’ambiente. È all’interno di questo istituto che Seta è ancora sotto contratto. «Mi ritengo fortunata, è una buona posizione e pertinente in quello che ho studiato».

Raggiungere il top: il bando Marie Curie

Poi un’opportunità. «Ho avuto l’idea di partecipare al bando Marie Curie – racconta Seta -.  È un bando internazionale rivolto ai ricercatori, un’iniziativa molto intelligente per come è strutturata. Accoglie ricercatori a qualsiasi livello della loro carriera: sia che siano all’inizio del loro percorso e sia che siano alla fine». Riuscire a vincere non è affatto semplice: ogni anno il bando riceve migliaia di progetti provenienti da tutta Europa, e solo i migliori riescono a emergere. Seta ce l’ha fatta, grazie anche al supporto dell’università di Exeter nella quale sta svolgendo da qualche mese le sue ricerche. Ma questa decisione non è stata presa per voltare le spalle al suo paese natale: «Io non sono il classico cervello in fuga. Io il mio lavoro in Italia ce l’ho ancora, perché grazie al mio tipo di contratto è possibile chiedere un’aspettativa per le borse di ricerca».

In questo senso si può dire che Seta stia vivendo la borsa Marie Curie per il modo in cui è stata pensata: non una fuga o un ripiego per chi non ha altre opportunità ma uno strumento per la continua formazione del ricercatore, al quale è consentito di acquisire nuove competenze o di cambiare la direzione dei propri ambiti di ricerca.

Exeter: 60 anni e non sentirli

Una storia di ritorni. Anche l’arrivo all’università di Exeter in realta lo è: in questa università Seta aveva già studiato per sei mesi nel corso del suo dottorato padovano. Un polo di ricerca probabilmente poco noto agli studenti italiani, ma che fin dalla prima esperienza ha colpito subito la ricercatrice padovana. «L’università di Exeter può apparire strana per studenti come me – spiega Seta Noventa – che vengono da Padova, che ha centinaia di anni di storia. È un’università giovanissima, festeggia quest’anno il “Diamond jubilee”, una sorta di “nozze di diamante” con cui si celebrano i 60 anni della fondazione».

Nonostante la giovane età l’università di Exeter vanta già un curriculum di tutto rispetto: è tra le prime dieci università dell’Inghilterra e nella “top 100” del mondo. Ma, aldilà delle classifiche, è stata la struttura organizzativa del polo universitario a colpire Seta, un ambiente che le permette di vivere il proprio lavoro ogni giorno in maniera serena e appagante.

«A Exeter chi fa ricerca fa ricerca. Ma in Italia…»

Nano-particelle, grado di tossicità, organismi marini. Non è facile spiegare in che cosa consista il lavoro quotidiano diella ragazza. Dire “econanotossicologia” – ossia l’ambito del progetto di ricerca – probabilmente chiarisce ancor meno le cose. Provando a spiegare, questa disciplina valuta l’impatto dei nano-materiali una volta che questi entrano in un determinato ambiente. Più precisamente, si propone di valutare l’inquinamento e il grado di tossicità di queste nano-particelle cercando di esaminare le loro caratteristiche fisiche e chimiche e i loro effetti sugli organismi marini. “Studiare l’inquinamento del mare” non è certo la descrizione esatta, ma la prima che viene in mente.

A novembre, con il supporto del team dell’università, ha iniziato il proprio training e a fine febbraio sono arrivati i primi esperimenti. Un progetto di cui Seta è l’unica responsabile e a cui si sta dedicando full time, ed è questa una delle principali differenze che ha riscontrato rispetto al modo di operare dell’università italiana. «A Exeter chi fa il ricercatore fa effettivamente il ricercatore. In Italia il ricercatore deve fare anche altre mille cose: il tecnico, l’amministratore, l’insegnante. Questa è una delle grandi differenze. Non è la qualità dei ricercatori a essere diversa, ma la struttura che c’è attorno. All’estero è più facile che ci sia un ambiente che ti aiuti, rendendo il tuo lavoro molto più sereno». Fare ricerca non è facile, richiede impegno e fatica, e per questo diviene frustrante perdere del tempo per esigenze esterne a quello che dovrebbe essere il lavoro di un ricercatore.

Partire, imparare. E poi tornare

Cosa accadrà  nella carriera di Seta Noventa una volta portato a termine il progetto? Nessuno ha la sfera di cristallo ma da qui ai prossimi anni non sembrano esserci fughe dall’Italia in vista per la ricercatrice padovana. «La mia intenzione, oggi come oggi, è quella di tornare in Italia, cercando di valorizzare l’esperienza che sto vivendo a Exeter e portando all’interno dell’Ispra le mie nuove competenze. Credo che nell’istituto per il quale lavoro potrei fare molto».

Programmare a lungo termine invece non è facile. L’amore per la ricerca, prima ancora che un lavoro, è uno stato mentale che mette continuamente in gioco e apre nuove prospettive ogni giorno: «Io spero di continuare su questa strada – conclude Seta Noventa – Diciamo che ho messo un po’ in standby il futuro. Dal prossimo anno mi concentrerò di più sul tipo di scelte da fare. Spero di rimanere nel mondo della ricerca: è un ambiente stimolante che ti porta a riflettere e conoscere nuove cose ogni giorno».

Samuele Marchi

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