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Mancati pagamenti: il “fondo Serenella” non basta

Pubblicato il 3 febbraio 2016 in Fisco e consumi, Venezia, Vicenza

Serenella Antoniazzi  

La legge di stabilità 2016 ha introdotto un fondo per le Pmi vittime di mancati pagamenti da parte di altre aziende, finanziato con una dotazione di 10 milioni di euro ogni anno dal 2016 al 2018. È stato ribattezzato “fondo Serenella” per ricordare la storia di Serenella Antoniazzi, imprenditrice di Concordia Sagittaria (Venezia) la cui azienda di levigatura del legno ha rischiato di chiudere proprio a causa dei mancati pagamenti, e che ha raccontato la sua storia in un libro molto popolare negli ultimi mesi, intitolato “Io non voglio fallire”.

Flavio Lorenzin

Flavio Lorenzin

Apindustria di Vicenza interviene sul fondo per sottolinearne alcune mancanze e insufficienze: «Non risolverà il problema» afferma il presidente Flavio Lorenzin. «Finalmente arriva un primo segnale di risposta al problema dei pagamenti tra privati – premette Lorenzin – dopo il buco nell’acqua del governo Monti che raggirò il recepimento di una precisa direttiva europea sui termini di pagamento, inserendo la formula “salvo diversi accordi tra le parti” che di fatto salvò quelle scandalose “prassi commerciali” fatte di pagamenti a 180 giorni e oltre, a danno delle nostre aziende».

Tuttavia «per questi aiuti è stata prevista una dotazione di appena 10 milioni di euro annui per il prossimo triennio. Tanto per dare un’idea dell’insufficienza dello stanziamento, basti pensare che l’ormai famosa Serenella vantava crediti per 300 mila euro».

“Poche Pmi beneficeranno del fondo Serenella”

Inoltre secondo Apindustria poche imprese potranno beneficiare del fondo. «Non tutti i mancati pagamenti consentono di accedere al fondo di garanzia: possono beneficiarne solo le Pmi che risultino “parti offese” in procedimenti penali già in corso al 1 gennaio 2016 per i reati di truffa, estorsione, insolvenza fraudolenta o comunicazioni sociali. Basta ricordare che per integrare il reato di truffa devono esserci specifici artifizi e raggiri posti in essere a danno della vittima, e per l’estorsione, addirittura violenza e minaccia: tutte circostanze che non sembrano essere presenti nella maggior parte delle insolvenze. Semplicemente, chi dovrebbe pagare, non lo fa».

Conseguenza logica di questo meccanismo è il fatto che, nel caso il debitore venga assolto dalle accuse, il creditore debba restituire il denaro ricevuto. «In pratica – precisa Flavio Lorenzin – anche se i soldi incassati sono indubitabilmente propri, bisogna comunque restituirli al “legittimo debitore”. La norma si guarda bene dal precisare cosa accadrà nei casi in cui il processo penale si estingue per l’intervento della prescrizione o di un patteggiamento».

La proposta di Apindustria: recuperare l’Iva

La proposta di Apindustria Vicenza è differente. «Si dia la possibilità di sfruttare (come consente la Direttiva 112) il meccanismo delle note di variazione Iva, con possibilità del fornitore di recuperare l’Iva già versata e obbligo del debitore (che l’ha detratta senza pagare) di riversarla all’Erario – dice Lorenzin – Il tutto, se gestito per il tramite dell’Agenzia delle Entrate, favorirà il ritorno al virtuosismo nei pagamenti e ridurrà lo stock di perdite erariali dell’Iva da fallimento».

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