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«PMI venete senza cultura finanziaria»

Pubblicato il 21 ottobre 2014 in Padova, Pmi e Imprese, Veneto

Banconote  

La crisi ha agito da acceleratore e la gestione finanziaria delle imprese si sta evolvendo. Ma nelle piccole e medie imprese che sono l’ossatura del modello Veneto, l’evoluzione è un’incompiuta ed è ancora l’imprenditore il dominus della leva finanziaria. Nel 50% delle PMI è solo lui a occuparsi di pianificazione finanziaria, nel 43,2% di analisi finanziaria, in misura inferiore di tesoreria (25%). Più contenuto il ricorso alla consulenza di personale interno, quasi mai specializzato. Una strada accettabile per aziende piccole con fatturato stabile, rischiosa e accidentata se l’azienda è in sviluppo e richiede una pianificazione finanziaria non improvvisata.

Sette anni di crisi hanno comunque accresciuto la consapevolezza finanziaria e oggi è più diffuso nelle PMI il monitoraggio degli indicatori della salute finanziaria: liquidità, margini, indebitamento. La maggioranza monitora e analizza per le scelte strategiche liquidità (81,8%), margine operativo netto e lordo (61,4%), classificazione degli impieghi (52,3%). Quanto alle competenze finanziarie percepite come più importanti, emerge la distanza da un corretto percorso di crescita aziendale: “saper negoziare con le banche” è al primo posto, come se fosse di per sé garanzia di condizioni favorevoli. Precede “saper pianificare i budget e valutare i rischi aziendali” e “saper leggere e riclassificare il bilancio per costruire indici attendibili” (al quarto e secondo posto), preliminari e funzionali a costruire report più efficaci per gli istituti di credito.

Proprio il rapporto con le banche è il più calloso tendine d’Achille: nessuno dei piccoli e medi imprenditori intervistati dichiara di affidarsi all’istituto di fiducia per prendere le decisioni strategiche. La decisione è in capo ai soci (95,5%), mentre il parere più ascoltato è quello del responsabile finanziario (53,1%). Sono le scorie di un rapporto banca-impresa particolarmente teso negli anni della crisi, ma soprattutto di un deficit di trasparenza reciproco: su tempi, pricing e rating da parte delle banche; su completezza delle informazioni da parte delle PMI. Un deficit cristallizzato nell’opinione che i piccoli e medi imprenditori hanno sul peso dei fattori che, nel giudizio delle banche, determinano il merito di credito: valutazione del bilancio aziendale (60,4%), analisi andamentale (30,1%), analisi qualitativa (9,5%). Più o meno il contrario del peso reale.

È questo in sintesi il comportamento finanziario delle PMI del Veneto rilevato attraverso le interviste in profondità a un panel di 44 aziende manifatturiere con oltre 15 addetti, nell’ambito del “Cantiere d’innovazione”, il progetto avviato dalla Regione del Veneto, attraverso Veneto Lavoro, in partnership con Confindustria Padova e Veneto Sviluppo per sperimentare nuove politiche attive per la reindustrializzazione e la tenuta occupazionale, riconoscere sul nascere i sintomi di crisi e prevenirle, stimolare il cambiamento organizzativo delle imprese, la riconversione e il re-start. I risultati sono stati presentati oggi al Cubo Rosso di Padova nell’ambito di «Ottobre Mese della Formazione».
Il prossimo passo del «cantiere», da realizzare entro maggio 2015, sarà un modello sperimentale di “formazione-azione” nelle PMI del Veneto che acceleri l’evoluzione e l’equilibrio finanziario e un più ampio ricorso a fonti alternative al credito bancario, attraverso figure professionali interne o anche temporary manager in grado di apportare competenze finanziarie.

Elena Donazzan

Elena Donazzan

«La Regione Veneto ha sempre puntato e continua a puntare sulla predisposizione di iniziative che consentano di intervenire su vari fronti prima che la crisi delle aziende sia troppo grave – dichiara Elena Donazzan, Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Veneto -. È più che evidente, quindi, che gli indicatori che possono fornire le Associazioni degli imprenditori, anche tramite le indagini che oggi ci sono presentate, siano fondamentali per capire quando interviene la crisi, di che tipo di crisi si tratti, quanto e per quali aspetti incida. Conseguentemente la Regione conferma di voler predisporre strumenti adeguati, che siano di tipo finanziario o di temporary management o di specifica formazione, per favorire in tutti i modi l’evoluzione finanziaria delle PMI e preparare figure esperte al loro interno. Perché una cosa è chiara, non possiamo permetterci di disperdere il patrimonio imprenditoriale del Veneto che deve anzi arricchirsi e colmare eventuali lacune laddove, come in questo caso, siano individuate in modo corretto e approfondito».

Mario Ravagnan

Mario Ravagnan

«Stimolare il cambiamento delle imprese e una gestione finanziaria equilibrata – dichiara Mario Ravagnan, Delegato Confindustria Padova per il Credito e Finanza – significa rimuovere una delle prime cause di crisi aziendali e ricreare le condizioni per uno sviluppo sano. Ciò significa redditività sufficiente ma anche analisi dei costi e programmazione finanziaria, livelli contenuti di indebitamento, diversificazione delle fonti di capitale per restare sul mercato. Occorre per questo un cambiamento culturale del modo di fare impresa, ma soprattutto un nuovo modello di relazione banca-impresa cui si dovrà concorrere da entrambe le parti. Le PMI non vedono la banca come partner con cui condividere obiettivi e strategie industriali. Per questo serve più cultura finanziaria, impegno nel capitale, trasparenza da parte delle imprese. Ma serve anche meno opacità da parte delle banche su tempi di risposta, pricing, merito di credito e soprattutto più cultura industriale, cioè capacità di leggere le reali prospettive di sviluppo delle imprese e condividerle per essere davvero partner».

Il primo dato è la forte impronta dell’imprenditore nella gestione finanziaria delle PMI, che determina un presidio inadeguato quando non improvvisazione. Nel 50% è solo lui a occuparsi di pianificazione finanziaria (87,5% nelle più piccole), nel 34,1% è affiancato da personale interno (nel 9,1 esterno). L’imprenditore presidia in prima persona anche l’analisi finanziaria nel 43,2%. La gestione di tesoreria (incassi, pagamenti) è affidata a personale interno nel 43,2%, è appannaggio del titolare in un quarto delle PMI. Quanto alle competenze ritenute più importanti per l’analisi finanziaria, la risposta mostra la distanza da un corretto percorso di crescita: al primo posto “saper negoziare con le banche”, come se fosse di per sé garanzia di condizioni favorevoli. Seguono “saper leggere e riclassificare il bilancio per costruire indici attendibili”, “saper costruire report di analisi periodici, presentarli e commentarli”, “saper pianificare i budget e valutare i rischi aziendali”. In coda “saper utilizzare strumenti alternativi per la finanza aziendale”.

La lezione della crisi trova riscontro nel monitoraggio degli indicatori dell’equilibrio finanziario. La maggioranza monitora e analizza per le scelte strategiche liquidità (81,8%), margine operativo netto e lordo (Ebit, Ebitda 61,4%), classificazione degli impieghi (52,3%). Seguono indicatori come ROE, ROS, ROT e ROI analizzati dal 47,7% e la composizione del capitale e degli impieghi (43,2%). Infine 1/3 delle PMI monitora i quozienti di indebitamento, una percentuale più bassa ma significativa (29,5%) gli indici di rotazione debiti/crediti e un 15,9% l’indice di predittività (Z-score).

È l’imprenditore il dominus delle decisioni strategiche (95,5%). Per assumerle si affida al parere del responsabile finanziario nel 53,1% dei casi, di quello amministrativo nel 25% (il 18,8 a un consulente finanziario, il 6,3 al responsabile di produzione). Nessuno dei piccoli e medi imprenditori intervistati dichiara di affidarsi al direttore del proprio istituto di credito di fiducia. Segno del corto circuito nella relazione tra banca e impresa, viziata da deficit di trasparenza e di conoscenza reciproca. L’ulteriore conferma arriva dall’ultima domanda delle interviste, che ha misurato la consapevolezza dei criteri di valutazione che determinano il rating. Gli imprenditori ritengono che la valutazione delle banche si basi per il 60% sull’analisi quantitativa (bilancio aziendale), per il 30% sull’analisi andamentale (Centrale Rischi Banca d’Italia) e per il 10% sulla qualitativa. Più o meno l’inverso del peso reale.

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