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Quotidiani veneti: dieci anni di crollo

Pubblicato il 17 gennaio 2013 in Padova, Veneto, Venezia, Vicenza

Prime pagine di quotidiani veneti  

di Domenico Lanzilotta

Prima ci fu l’assalto delle tv locali, poi arrivarono il Web, i social network, la condivisione di video e risorse multimediali, il cosiddetto citizen journalism. Quale sia la causa vera nessuno lo sa con sicurezza. Di certo, però, c’è un dato: il crollo subito dalla carta stampata nell’ultimo decennio è stato pesante. E in Veneto assume dimensioni spaventose: tra novembre 2002 e ottobre 2012 le copie di testate locali vendute nel giorno medio sono passate da 267.425 a 193.208: 79.603 copie bruciate, un pesantissimo -29,8 per cento. I dati sono quelli di Ads (la società compartecipata da editori e pubblicitari che si dedica all’accertamento delle diffusioni della stampa) e sono riferiti ai principali quotidiani regionali: Il Gazzettino, il Mattino di Padova, la Nuova di Venezia e Mestre, la Tribuna di Treviso, Il Giornale di Vicenza e L’Arena di Verona.

C’è poco da festeggiare, insomma, anche se su alcuni quotidiani locali in questi giorni si salutavano con favore i dati più recenti diffusi dalla stessa Ads e relativi al trend di leggera crescita registrato tra ottobre e novembre: appena qualche centinaio di copie in più. A pagare il conto più pesante è Il Gazzettino, «Il quotidiano del Nordest» come recita il motto posto al di sotto della testata. Il giornale veneto più longevo, fondato nel 1887 da Giampiero Talamini e per decenni “il” giornale per eccellenza in regione, ha perso tra 2002 e 2012 quasi cinquantamila copie, passando da 120.845 a 73.585 (-39,1 per cento). Male anche L’Arena di Verona (da 47.818 a 34.063, -28,8 per cento), il Mattino di Padova (da 29.142 a 22.623, -22,4 per cento), la Tribuna di Treviso (da 18.055 a 12.821, -28,9 per cento), Il Giornale di Vicenza (da 41.732 a 30.362, -27,2 per cento). Si salva solo la Nuova di Venezia e Mestre, che recupera quasi quattromila copie, passando da 9.833 a 14.098, guadagnando il 43,4 per cento.

Dati difficili da digerire, soprattutto se vengono affiancati a quelli relativi alle radio e alle televisioni locali, da tempo alle prese con una crisi che pare inarrestabile, che ha fatto pagare il prezzo più alto a giornalisti, tecnici e impiegati di tante realtà che hanno contribuito a costruire e raccontare il “miracolo del Nordest”: basti pensare alle vicende di Telenordest, ieri, e di Telechiara, oggi.

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